La Strada del Radicchio Rosso di Treviso e Variegato di Castelfranco Veneto

Radicchio rosso strade “variegate”
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Percorsi turistico-gastronomici fra Sile, campagna e arte
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Una strada, tre itinerari con un solo scopo: un’opportunità turistica e culturale, unendo territorio e prodotto.

“La civiltà dell’acqua da Treviso a Castelfranco”, “Le terre del radicchio”, “La campagna veneta dall’epoca romana alla Serenissima” sono i tre itinerari della Strada. Arte e storia, enogastronomia, produzione e prodotti legati al radicchio per accogliere visitatori al di fuori dei circuiti convenzionali.

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L’area di produzione del Radicchio Rosso di Treviso e Variegato di Castelfranco Veneto è sicuramente una delle più ricche di beni storici e paesaggistici dell’intera pianura veneta e, probabilmente, dell’intera pianura padana.

Ciò è dovuto sia alle sue peculiarità ambientali sia, ancor più, alle vicissitudini storiche che l’hanno interessata e che hanno lasciato tracce più o meno importanti nel paesaggio e nell’assetto territoriale.

Riguardo agli aspetti ambientali va in primo luogo citato il Sile che è il più lungo fiume di risorgiva d’Europa. La sua importanza naturalistica ha indotto la Regione Veneto ad istituirvi un Parco Regionale a testimonianza della sua rilevanza non solo nazionale.

Il Sile oltre all’indubbio valore naturalistico, è ricchissimo di testimonianze storiche e culturali quali ad esempio i numerosi mulini, gli attracchi per le imbarcazioni, le alzaie lungo le sponde che un tempo servivano al transito dei buoi che trainavano le imbarcazioni (i tradizionali “burci”) controcorrente, le splendide ville sorte lungo le sue sponde, e, più di recente, le industrie molitorie che costituiscono importanti testimonianze dell’archeologia industriale.

Oltre al Sile, dal punto di vista naturalistico non vanno dimenticati altri numerosi corsi d’acqua minori né alcune interessanti zone di risorgiva quali le Fontane Bianche in località Lancenigo di Villorba, o le sorgenti della Storga, nei pressi dell’ex ospedale psichiatrico a Nord di Treviso. Va anche ricordato che, lo stesso fiume Piave, delimita ad Est l’area di produzione.

Infine, sempre per quanto riguarda le zone umide, pur essendo praticamente scomparse le paludi che un tempo occupavano una parte importante della bassa pianura (se si eccettuano alcuni relitti posti lungo il Sile), l’abbandono dell’attività estrattiva in alcune cave di argilla ha consentito di ricreare ambienti simili dal punto di vista naturalistico (ad esempio a Noale, Salzano e Martellago) la cui importanza ha indotto la Regione Veneto ad inserirle nel Parco Regionale.
Come osservato, la peculiarità del territorio in esame deriva, in notevole misura, dagli interventi che l’uomo ha realizzato nel tempo che, stratificandosi, hanno concorso a determinare il paesaggio attuale.
La più antica testimonianza archeologica ancora visibile nel territorio è, probabilmente, costituita dalle Motte di Castello di Godego, una struttura fortificata risalente forse all’età del bronzo.

Ben più ampie e numerose sono le vestigia di epoca romana. Vanno, in primo luogo, ricordate le strade: la via Postumia, la via Claudia Augusta e la via Aurelia. Vi sono, inoltre, almeno due agri centuriati ancora chiaramente individuabili. Il primo, più ben conservato, è il graticolato romano che si trova ai confini tra la provincia di Padova e di Venezia, compreso tra la Statale del Santo (SS 307-l’antica via Aurelia che congiungeva Padova ad Asolo e costituiva il decumano) e Mirano. Il fiume Musone separava la centuriazione padovana da quella di Altino, di cui permangono solo alcune tracce visibili nell’orientamento delle strade.

Infine, va ricordata la centuriazione di Asolo che giungeva fino all’area delle sorgenti del Sile e i cui segni sono ancora abbastanza ben visibili tra Castelfanco e Riese Pio X.

Non meno rilevanti sono le testimonianze d’epoca medioevale. In primo luogo vanno ricordate Castelfranco, che conserva intatta la sua cinta muraria merlata, e Noale, di cui si è conservata la Rocca dell’originario castello dei Tempesta.

Un altro esempio di castello, sia pure ingentilito nelle forme per la successiva trasformazione in villa, si incontra nella vicina Stigliano. Infine vanno ricordate le torri medioevali presenti a Treviso, tra cui una appartenuta alla famiglia dei Tempesta di Noale (l’attuale campanile del Duomo).
A partire dal Medioevo vengono avviate due iniziative che finiranno per segnare profondamente l’assetto di tutto il territorio: la diffusione dell’irrigazione e la bonifica delle aree paludose. L’opera di derivazione idrica più importante realizzata nell’alta pianura trevigiana fu la Bretella, che attingeva l’acqua dal Piave in località Pederobba per poi condurla, tramite una fitta rete di canali, in tutto il territorio posto tra il Sile ed il Montello.

Lo sviluppo dei borghi rurali, la diffusione delle ville venete, seguì o condizionò in buona parte la struttura della rete di adduzione dell’acqua che, oltre a contribuire allo sviluppo dell’agricoltura, favorì la nascita di attività di tipo protoindustriale (mulini, magli, ecc.).

Come si è detto, in parallelo, nella bassa pianura furono via via bonificate le paludi, intervento che ebbe un notevole incremento a seguito del sempre maggiore interesse manifestato dalla nobiltà veneziana per l’agricoltura. Tale fenomeno fu dettato dal venir meno del ruolo del Mediterraneo come via commerciale privilegiata tra l’oriente e l’occidente e dalle crescenti difficoltà incontrate dalla Serenissima a contrastare l’avanzata dell’Impero Ottomano. I patrizi veneziani iniziarono, perciò, a dedicarsi sempre di più alla coltivazione dell’entroterra.

E’ a partire dal ‘500 che inizia la progressiva diffusione della villa veneta che, in origine, costituiva in prevalenza un centro aziendale e, solo successivamente, si trasformò in luogo di svago e di villeggiatura. Le ville presenti nel territorio di produzione del radicchio sono numerosissime ed alcune di grandissima rilevanza architettonica: basti ricordare le due ville palladiane: Emo a Fanzolo (Vedelago) e Corner a Piombino Dese, la villa Marcello a Levada, la villa Corner della Regina a Vedelago, oppure, infine, le numerose ville poste lungo il Terraglio tra Mestre e Treviso.

Accanto alla diffusione della villa vi è stato un interessantissimo fenomeno di realizzazione di parchi che, specie nell’800 e fino ai primi del ‘900 ha visto la creazione di estesi parchi alcuni dei quali sono attualmente fruibili e aperti al pubblico.

A partire dall‘800, in tutta l’area, sono andate diffondendo attività industriali e alcuni opifici che costituiscono attualmente interessanti esempi di archeologia industriale. Si può, ad esempio, ricordare al riguardo la filanda di Salzano o quella di Campocroce a Mogliano Veneto.
Da ultimo vanno ricordati almeno due importanti luoghi di culto: il primo è costituito dal Santuario del Noce e della Visione a Camposampiero legati al culto di S. Antonio; il secondo è la casa natale di S. Pio X a Riese Pio X ed il piccolo museo dedicato al Santo a Salzano.

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La Strada del Radicchio è un progetto sviluppato attraverso tre percorsi tematici disposti in senso Est-Ovest.

Il primo “La civiltà dell’acqua da Treviso a Castelfranco Veneto”: posto più a Nord, segue il tracciato del Sile idealmente da Treviso (o più propriamente da Casier) alle sorgenti, per poi proseguire verso Castelfranco in un’area ove è presente una fitta rete irrigua di origine medioevale. Si tratta quindi di un tratto dalla forte valenza ambientale e storico-culturale il cui elemento centrale può essere identificato con l’acqua.

Il secondo “Le terre del radicchio di Treviso”: attraversa l’area di maggiore diffusione della produzione e, partendo da Casier e Preganziol, i comuni dove storicamente si è sviluppata la coltivazione del radicchio, congiunge i comuni di Zero Branco, Scorzè e Trebaseleghe.

Il terzo “La campagna veneta dall’epoca romana alla Serenissima”, posto a Sud, infine, è delimitato nella sua parte più meridionale dal decumano del graticolato romano e comprende ad Ovest l’antica via Aurelia e ad Est un tratto del Terraglio.

Vediamoli in dettaglio:

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Primo itinerario:
la civiltà dell’acqua da Treviso a Castelfranco Veneto

Treviso costituisce necessariamente il punto di partenza per la visita della strada del radicchio rosso: è alla città che deve probabilmente la sua fama, alle numerose manifestazioni che hanno cercato di valorizzarne la conoscenza sui mercati nazionali e internazionali. La stessa immagine del radicchio è indissolubilmente legata a quella della piazza dei Signori ed alla Torre civica che su essa campeggia. La prima mostra del radicchio fu infatti organizzata nel 1900 proprio sotto il palazzo dei 300.
Del resto la città è nata in simbiosi con le acque del Sile e dei suoi affluenti e si specchia sulle stesse acque di risorgiva che sono impiegate per l’imbianchimento del radicchio. Come testimoniato ancor oggi dagli attracchi che si incontrano lungo le rive del fiume nei pressi dell’ex ospedale dei Battuti, il Sile era la principale via di comunicazione tra la città e Venezia e, con ogni probabilità, da qui partivano i radicchi per essere venduti in passato sui banchi di Rialto.
La città è ricca di monumenti e d’opere d’arte la cui descrizione esula gli scopi della presentazione del tracciato della strada. Tra tutti basti ricordare la Piazza dei Signori e il Palazzo dei Trecento, la Loggia dei Cavalieri, il Duomo, le Chiese di San Nicolò con lo splendido capitolo dei Domenicani affrescato da Tomaso da Modena, Santa Caterina, San Francesco, la chiesetta di Santa Lucia, Santa Maria Maggiore, il Museo Bailo, le interessanti mura cinquecentesche e le moltissime dimore affrescate che si affacciano sulle principali strade cittadine.

Usciti da Treviso seguendo il corso del fiume, a S. Maria del Sile si potrà raggiungere la sede del Parco a Villa Letizia, da cui si prosegue per Quinto di Treviso dove si possono ancora vedere alcuni interessanti complessi molitori (mulini Grendene, Bordignon, Favaro e Rachello). Nel centro di Quinto vi è pure villa Ciardi, dimora dei pittori Guglielmo e Beppe Ciardi.
Il cammino riprende, lungo la sponda destra del fiume, fino a S. Cristina ove si trova l’Oasi naturalistica del Mulino Cervara, una vasta area palustre di 25 ettari che, con i 15 ettari della vicina Palude del Barbasso, costituisce una delle più importanti zone umide del Parco Naturale Regionale del Fiume Sile.

Questo luogo ha da sempre attirato l’uomo per la sua ricchezza di acque e risorse naturali, infatti il Mulino di Cervara, oggi porta di accesso dell’Oasi, era già funzionante nel 1325. Dopo un lungo periodo di abbandono è stato recentemente restaurato e messo in grado di funzionare anche se solo a fini didattici. All’interno dell’esteso canneto, che occupa buona parte del cuore interno dell’Oasi, trovano rifugio molte specie di uccelli che vi svernano o nidificano, tra cui il Martin pescatore, l’Airone cenerino, il Porciglione, il Tarabusino, il Tuffetto, la Cannaiola, il Pendolino, il Germano reale, l’Alzavola ed il Cigno reale. Dove il terreno è più asciutto, al canneto si sostituisce il bosco igrofilo costituito da Ontano nero, Pioppo e Salice bianco. Dai primi anni ’80, un’area boscosa all’interno dell’Oasi accoglie una grande colonia di aironi (garzaia) nella quale si contano circa 200 nidi di Airone cenerino, Nitticora e Garzetta. Una notevole varietà di piante e fiori delle zone umide si può ammirare all’interno dell’Orto Botanico, nel quale sono state raccolte e classificate circa 50 specie vegetali, alcune delle quali rare e preziose come il Trifoglio fibrino e il Giunco fiorito. Nell’Oasi è presente un interessante percorso naturalistico e culturale che consente l’osservazione dell’avifauna da appositi appostamenti.

Attraversato il ponte sul Sile si passerà nella sinistra idrografica del fiume e merita sicuramente una visita la splendida pala d’altare della Chiesa di Santa Cristina opera di Lorenzo Lotto.
Subito dopo il centro di S. Cristina, seguendo un itinerario estremamente suggestivo che si dipana tra radure e pioppeti, si raggiungerà, dopo aver attraversato nuovamente il Sile, Morgano e di qui Badoere dove Angelo Badoer fece erigere, nel 1756, una villa padronale, distrutta da un incendio nel 1920, in prossimità della quale venne realizzata un’originale Rotonda costituita da due emicicli porticati destinati a mercato permanente, autorizzato nel 1689 dalla Serenissima, per lo scambio e la vendita di prodotti agricoli e centro di servizi artigianali. Il complesso, pregevole architettura settecentesca, è una successione modulare di botteghe al piano terra che ospita abitazioni ai piani superiori. Particolarmente interessanti sono i serramenti delle botteghe, che, apribili a ribalta verso l’alto, fissati con ganci al soffitto, fungevano da vetrina. Il mercato che si svolgeva tra queste arcate è stato ritratto in alcuni dipinti di Gugliemo Ciardi.

Riprendendo il percorso si raggiunge ora Levada, frazione di Piombino Dese, ove sorge Villa Marcello, antico edificio di origine cinquecentesca, ricostruito nel 700. Esso costituisce uno degli esempi meglio conservati di villa settecentesca, simbolo di una reviviscenza dell’arte palladiana. Il corpo centrale, su due piani, è scandito da semicolonne ioniche nella parte superiore ed è coronato da un elegante timpano; la parte inferiore, decorata a bugnato rustico, si collega con barchesse laterali che racchiudono all’interno un giardino all’italiana caratterizzato da uno sviluppo rigidamente geometrico; il parco circostante è decorato con statue, peschiera e piante ad alto fusto. Il viale d’accesso parte da un fastoso cancello sormontato dal corno ducale (simbolo della fama raggiunta dai Marcello) e prosegue tra le due ali porticate fino alla scalinata d’ingresso. Il maestoso salone centrale, sviluppato su due piani, è arricchito da affreschi del 1736 di G.B. Crosato. Di grande interesse anche l’ampio parco attualmente visitabile.

Superata Levada, dopo breve tragitto si volterà a destra verso Casacorba e si attraverserà l’area ove nasce il fiume. Si tratta nuovamente di un percorso suggestivo, immerso nel verde, dove sono ancora presenti siepi e alberature lungo i numerosi fossati. Giunti a Casacorba, percorrendo via Santa Brigida, si troverà una strada bianca (da percorrere a piedi) che si diparte sulla sinistra. Poco oltre si scopre, sempre sulla sinistra, un largo sentiero che si inoltra deciso tra le piante che lo contornano. Si potranno così raggiungere le sorgenti del fiume. Il fiume nasce da una pluralità di piccole risorgive purtroppo in parte interrate in passato. Interessante anche la permanenza, nei pressi delle sorgenti, di un’area prativa sistemata a campi chiusi ove i prati stabili sono circondati da siepi miste composte da alberi d’alto fusto e cespugli.

Da Casacorba ora il cammino riprende verso Nord. Prima di entrare a Cavasagra (frazione del comune di Vedelago) si incontra sulla sinistra villa Corner della Regina, fatta costruire dai nobili veneziani Corner. Venne restaurata nel 1717 dall’architetto Giorgio Massari ma subì un radicale ampliamento nel 1770 ad opera di Giovanni Miazzi e, successivamente, di Francesco Maria Preti.
Il sontuoso edificio a tre piani presenta, in facciata, un maestoso portico in stile palladiano, retto da quattro colonne giganti di ordine dorico, al quale si accede tramite un’ampia scalinata. Il piano nobile è scandito da finestre centinate, perfettamente simmetriche alle aperture quadrate del piano superiore. Ai lati della villa due semplici serre fanno da giunzione tra il corpo centrale ed una barchessa ad arcate (il progetto del Preti prevedeva la realizzazione di due barchesse simmetriche ma di quella di sinistra non è rimasta traccia). Davanti alla villa è ancora presente lo stradone alberato che generalmente si dipartiva dalle ville venete maggiori in quattro direzioni.
L’itinerario riprende nuovamente verso Nord. In questo tratto di strada si potranno osservare nella campagne interessanti esempi dell’antica sistemazione a piantata in cui gli appezzamenti sono suddivisi da filari di gelsi che talvolta sostengono ancora le viti.

Superata Fossalunga si raggiungerà l’antica Postumia Romana, si girerà a sinistra e, dopo poco a destra per raggiungere Barcon dove sorge la Barchessa di villa Pola . Nel 1718 i conti Pola commissionarono all’architetto veneziano Giorgio Massari un complesso architettonico articolato intorno ad una sontuosa villa d’impianto palladiano costituita da un corpo centrale affrescato da Gian Battista Canal e da due barchesse. Ad oggi dell’intero complesso rimane la sola Barchessa di Ponente poiché i Pola, oberati dalle tasse che gravavano sulla villa, decisero di abbattere l’edificio circa trent’ anni dopo la sua costruzione.

La barchessa ad Occidente è scandita da dieci arcate con colonne di ordine dorico ed è recentemente stata sottoposta ad un attento intervento di restauro. Da Barcon si proseguirà per Fanzolo ove sorge la palladiana villa Emo. Prima di raggiungere la villa si potrà osservare lungo l’itinerario la presenza delle canalette irrigue che adducono l’acqua del consorzio Bretella di Pederobba la cui realizzazione risale al 400. Il titolo originario di concessione della derivazione dal Piave dell’acqua, che alimenta i canali del Consorzio “Brentella di Pederobba”, risale alla prima metà del secolo XV, è, cioè, costituito dalle Terminazioni della Repubblica Veneta in data 22 marzo 1436, 17 novembre 1446, 14 marzo 1536 nonché dal riconoscimento emesso dalla Prefettura del Tagliamento con ordinanza 30 aprile 1811, mentre le assegnazioni dell’acqua a favore dei singoli Comuni vennero disposte dal Podestà di Treviso, Michele Salomonio, con la sentenza 19 marzo 1503, che venne approvata con la Ducale 29 aprile 1507.

Villa Emo fu progettata da Andrea Palladio che, nel 1560, fu incaricato dal nobile Leonardo Emo di progettare una residenza di campagna. Il Palladio realizzò un grandioso complesso, sviluppato orizzontalmente e formato dalla villa padronale, a forma di parallelepipedo, e da due barchesse laterali composte da undici arcate su pilastri e terminanti in due colombaie a forma di bassi torrioni, suggestivo richiamo alle affascinanti torri medioevali. Dal punto di vista architettonico, villa Emo richiama lo schieramento di porticati e la perfetta fusione tra corpo dominicale e parte rustica tipici di villa Barbaro a Maser. La villa padronale è caratterizzata al piano terreno da uno zoccolo con piccole finestre quadre e da una rampa, interrotta a metà percorso, che conduce ad un pronao formato da quattro colonne di ordine tuscanico con un ampio intercolumnio. Il timpano, posto a coronamento del pronao, è ingentilito da altorilievi attribuiti ad Alessandro Vittoria che riproducono lo stemma della famiglia Emo, retto da due Vittorie alate. In questo elegante complesso coesistono con mirabile armonia i più alti motivi ispiratori dell’architettura in villa cinquecentesca, ossia la contrapposizione tra l’aristocratica sobrietà della residenza padronale e la dignità senza eccessi delle barchesse e degli annessi rustici.

Dopo Fanzolo, proseguendo verso Ovest ci si addentra in un territorio in cui sono ancora visibili gli allineamenti stradali dell’antica centuriazione romana. Si giungerà quindi all’antica via Aurelia, l’asse stradale che più a Sud costituisce il cardo della centuriazione posta tra le province di Padova e Venezia. Si percorrerà ora un breve tratto della strada che anticamente congiungeva Padova ad Asolo e la si abbandonerà per raggiungere Riese Pio X ove si potrà visitare la casa natale di S. Pio X. La casa venne donata da Maria Sarto, sorella del Papa, al Comune di Riese nel 1926. Essa conserva suppellettili domestiche della famiglia Sarto. Sul lato Sud venne costruito nel 1935, in occasione del centenario della nascita di Pio X, il museo dedicato al Santo: questo conserva molteplici cimeli appartenuti al Pontefice. Il complesso fu restaurato nel 1985 in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II ed è visitato ogni anno da circa 10.000 persone. Sempre a Riese Pio X si trova villa Eger, costruita nella metà del ‘700, avente facciate che richiamano la regola neoclassica: un’opera di grande prestigio artistico ed architettonico dell’arch. Andrea Zorzi. Dietro la Villa si estende un ampio parco in cui sorge un’Arena estiva: uno splendido anfiteatro di 800 posti, immerso nel verde, che ospita una delle più ricche ed attese rassegne cinematografiche estive ed è sede di importanti manifestazioni culturali e musicali della provincia trevigiana . La villa è anche sede del Municipio.

Abbandonato Riese Pio X la strada ora attraversa i “prai” di Castello di Godego, una vasta area di notevole interesse paesaggistico e ambientale caratterizzata ancora da vaste estensioni di aree prative delimitate da fossati sulle cui rive si trovano siepi di vario tipo. Nell’area dei prai si trovano alcuni sentieri naturalistici che possono consentire la visita di questo tratto assai interessante della campagna trevigiana, che, per le sue peculiarità ambientali, è stata inclusa nella Rete Natura 2000. Giunti a Castello di Godego meritano sicuramente una visita villa Martini e villa Priuli. Villa Martini, il cui nome si identifica con la “Villa di Godego”, è un luogo complesso, appartenente a varie epoche, dal XV al XVIII secolo.

La villa è dislocata ortogonalmente rispetto alla centrale via Marconi, verso la quale si affaccia con la parte settecentesca di rappresentanza. Essa fu costruita, intorno alla metà del ‘700, dall’ architetto Francesco Maria Preti che realizzò un edificio dalla linee semplici e classicheggianti. Particolarmente grazioso è l’oratorio della villa, risalente al XVIII secolo, che ripete, in tono più modesto, la facciata di rappresentanza. Il complesso architettonico è tutto cinto da mura e comprende un grande parco con laghetto.
Villa Priuli è quanto resta di un grandioso complesso di villa-castello, che si estendeva fino alla piazza del Comune. Il corpo centrale, detto “il palazzon”, interamente affrescato da Paolo Piazza, fu abbattuto intorno alla metà del ‘700. L’edificio attualmente rimasto presenta tre facciate ornate da altrettanti poggioli barocchi in pietra e da tre grandi portali ad arco che conducono all’originale salone “a T” del piano rialzato. Fino al 1974 la villa era circondata da un muro di cinta e da diversi edifici minori tra i quali una barchessa affrescata del ‘500 ed un forno del ‘400. Attualmente l’edificio è sede della Biblioteca Comunale.

Lasciato Castello di Godego, la strada costeggia ora nuovamente i prai e, dopo aver passato la località Bella Venezia, si giungerà a Castelfranco ancora circondata dalla bella cinta di mura merlate. Il castello che ingloba l’abitato originario fu realizzato dal 1195 al 1199 come avamposto militare-amministrativo della città di Treviso. Le mura sono lunghe complessivamente 930 metri e conservano ancora 6 delle 8 torri originarie. Delle quattro porte, la meglio conservata è quella rivolta verso Treviso con orologio e leone Marciano. Tutta la cinta muraria è circondata da un fossato che deriva le proprie acque dal Musone.
All’interno del borgo, che merita una visita nel suo complesso, va in primo luogo ricordata la Casa Pellizzari. L’edificio, comunemente noto come Casa del Giorgione, ospita in una sala del primo piano un fregio attribuibile al grande artista con quasi totale certezza. L’opera, densa di significati allegorici, è un affresco monocromo bruno-ocra che raffigura, in una sequenza apparentemente inventariale, oggetti riferiti alle arti, alle scienze ed alle professioni, intervallati da motti in lingua latina desunti dalla Bibbia e dal Bellum Catilinae di Sallustio.

I sottintesi allegorici a cui la fascia rimanda hanno alimentato nei secoli numerose letture interpretative. Tra queste la più accreditata ravvisa, come filo conduttore del fregio, la caducità della vita umana e l’esaltazione della fama e della virtù attraverso le Arti Liberali.
Nei pressi della Casa del Giorgione si trova il Duomo. L’attuale edificio sorge al posto della romanica “chiesa di dentro” e fu costruito nel 1723 dall’allora giovanissimo architetto Francesco Maria Preti. All’interno l’architetto applicò la teoria media armonica proporzionale, infatti, l’altezza della navata è media armonica tra la sua lunghezza e la sua larghezza.

Il Duomo fu aperto al culto nell’Aprile del 1746, quando ancora non erano state realizzate la cupola e l’atrio progettati dal Preti. Solo intorno al 1892, fu inoltre aggiunta la facciata ad opera dell’ingegner Pio Finazzi. La chiesa, a navata unica con cappelle laterali, è ispirata nell’articolazione degli spazi ed in alcuni particolari architettonici alla chiesa del Redentore, costruita dal Palladio a Venezia. Tuttavia ciò che maggiormente contraddistingue e valorizza il Duomo è il fatto che esso custodisca ed ospiti, a destra del presbiterio, la famosissima “Pala del Giorgione”, opera commissionata al pittore dal condottiero Tuzio Costanzo in memoria del figlio Matteo, soldato della Repubblica Veneta morto in combattimento. Oltre alla famosa pala, il Duomo ospita notevoli opere di Palma il Giovane, Paolo Piazza, Giovanni Battista Ponchini e Giuseppe Bernardi detto il Torretto. Anche nella Sagrestia si possono ammirare sette frammenti degli affreschi che il Veronese dipinse per Villa Soranzo a Treville, demolita nei primi anni dell’Ottocento e notevoli dipinti di Palma il Giovane e Jacopo da Bassano.
Altri monumenti di grande interesse sono il Monte di Pietà, il Teatro Accademico e la Villa Revedin-Bolasco.

Monte di Pietà
Il Monte di Pietà dalla sua fondazione, il 23 aprile del 1493, fino agli inizi del secolo XIX, ospitò gli uffici e i magazzini dei pegni del Monte di Pietà di Castelfranco situato di fronte all’attuale Municipio, già Palazzo del Podestà veneziano. Già alla fine del XVIII secolo, la vecchia struttura del Monte si presentava quasi rovinosa e di pochissima sicurezza. All’inizio dell’Ottocento fu individuata una nuova sede del Monte. Impreziosito da lapidi e fasce in affresco del secolo XVI, è attualmente la sede della nuova biblioteca comunale.

Teatro accademico
L’edificio fu realizzato tra il 1754 ed il 1780 dall’architetto Francesco Maria Preti, ad eccezione dell’atrio e della facciata che furono aggiunti tra il 1853 ed il 1858 dall’ingegner Antonio Barea che compì anche una ristrutturazione interna finalizzata alla messa in scena di opere liriche. L’originalità architettonica del teatro consiste nella duplice funzione di sala teatrale per spettacoli serali ed aula per le riunioni diurne degli Accademici. Nella progettazione dell’edificio il Preti applica la regola matematica della media armonica proporzionale, che permette di ottenere un’ acustica ottimale. All’interno, tra il proscenio e l’emiciclo dei palchi, si aprono due grandi logge rette da colonne corinzie, la cui parete di fondo, finestrata, consente il passaggio di molta luce. Verso la metà dell’Ottocento il teatro subì alcune trasformazioni e venne completamente ridecorato.

Villa Revedin-Bolasco
Villa Revedin-Bolasco è costituita da un grande corpo a L il cui fronte orientale si affaccia su un grande parco. Il grandioso complesso, voluto da un nipote di Caterina Cornaro, fu eretto nel Seicento da Vincenzo Scamozzi, che progettò due edifici gemelli detti “del Paradiso” ed un grande parco barocco. Nell’Ottocento i Revedin, nuovi proprietari del complesso, incaricarono Giovanni Battista Meduna di riprogettare secondo il gusto romantico del tempo sia la residenza sia il grande giardino, poi terminato da Antonio Negrin. Quest’ultimo fu trasformato in un bellissimo parco all’inglese con laghetto. Successivamente vi furono costruiti diversi edifici tra cui una serra in stile moresco ed un teatro all’aperto (usato come galoppatoio), circondato dalle statue barocche, opera di Orazio Marinali, appartenenti al precedente giardino progettato dallo Scamozzi. Il complesso, lasciato in eredità all’Università di Padova dagli ultimi proprietari, i Bolasco, meriterebbe una maggiore valorizzazione. Un’associazione di guide volontarie rende comunque possibile la visita del bellissimo parco e delle scuderie. La villa è destinata a divenire sede del corso di laurea in Scienze e cultura della gastronomia e della ristorazione.

Secondo itinerario:
le terre del radicchio

Il secondo itinerario inizia da Castelfranco Veneto per concludersi a Treviso, dopo aver attraversato le più significative aree produttive del radicchio. Piombino Dese costituisce la prima tappa del percorso. Usciti da Castelfranco Veneto, lungo la Statale del Santo, si volta dopo un breve tratto a destra verso Castelminio. Lungo la strada che porta a Piombino Dese si possono ancora vedere scorci paesaggistici di un certo interesse, benché la dispersione insediativa abbia in parte degradato il territorio. A Piombino Dese sorge, nel pieno centro della città, la nobile Villa Cornaro progettata da Andrea Palladio per la famiglia veneziana intorno al 1553. Ancora incompleto nel 1582, l’edificio fu arricchito nel 1596 del loggiato superiore, e solo un disegno del 1613 lo rappresenta nel suo assetto definitivo.

Questo stratificarsi di fasi costruttive spiega forse, la mancanza in questa architettura palladiana di un armonioso raccordo tra le parti. Sorta come residenza di campagna, è caratterizzata da due piani nobili sovrapposti, caratteristica questa dei palazzi di città. Il prospetto principale, fiancheggiato da altre abitazioni, fa quasi parte della strada su cui si affaccia, come succederà nelle ville del Settecento, contraddicendo la tipica “autonomia principesca” delle ville palladiane. Il corpo centrale è costituito da un compatto blocco cubico, fiancheggiato da corpi rettangolari con finestre che sporgono dal corpo principale con due piccole ali solo sulla facciata anteriore. Un pronao esastilo a doppio ordine di colonne ioniche e corinzie si trova sui prospetti principali speculari. Una scala a quattro rampe di tre gradoni ciascuna conduce all’ingresso.

La trabeazione di ordine ionico, circonda tutto l’edificio. L’interno si sviluppa su due piani attorno ad una sala centrale quadrata che attraversa l’edificio e conduce ai vari ambienti, arricchiti da un ciclo di affreschi del 1700 di Mattia Bortoloni; sculture di Camillo Mariani decorano il salone di ricevimento al primo piano, con statue a grandezza naturale dei membri della famiglia Cornaro. Di interesse anche il Parco con peschiera che circonda la villa e il ponte ad archi in cotto sullo specchio d’acqua. Villa Cornaro costituì uno dei modelli più imitati del “palladianesimo” inglese e americano del XVIII secolo.

Da Piombino Dese inizia quello che può essere definito l’asse centrale della strada del radicchio rosso di Treviso, ovvero quello che attraversa le zone maggiormente produttive. La strada prosegue ora verso Est, attraversando il territorio di Trebaseleghe (il cui centro abitato viene lasciato sulla destra), per Silvelle, S. Ambrogio e raggiungerà, infine, nel comune di Scorzé, la località Rio San Martino sede dell’annuale festa del radicchio. Di qui si potrà effettuare una rapida visita alla villa Soranzo-Conestabile posta nel centro di Scorzè. Della villa non é nota la data certa della sua costruzione, ma, molto probabilmente, si può far risalire alla fine del Cinquecento l’edificazione del suo nucleo centrale da parte della famiglia Soranzo. Alla fine dell’800 la contessa Alba Mocenigo Soranzo sposó il Conte Antonio Conestabile della Staffa e da quel momento la villa assunse questa denominazione. Nella seconda metá del ‘700 la villa venne ampliata con progetto dell’Architetto Andrea Zorzi che, abbandonando lo stile primario della villa cinquecentesca, si ispirò alle forme semplici ed eleganti neoclassiche. Il corpo centrale, interamente cinquecentesco, conserva affreschi della scuola del Veronese.

La facciata della villa mostra una costruzione settecentesca a due piani con armonioso frontale alla sommità del quale vi é un timpano sormontato da tre statue raffiguranti la Lungimiranza, la Potenza e l’Abbondanza. La villa é contornata da un parco all’inglese opera dell’Architetto veneziano Giuseppe Japelli che si estende per circa due ettari e mezzo. Un recente censimento delle piante ha rilevato che il patrimonio arboreo del parco é costituito da circa millequattrocento esemplari con la presenza di secolari magnolie, tigli, platani, ippocastani e querce. Dal 1965 la villa ed il parco, divenuti di proprietà della famiglia Martinelli, costituiscono un’elegante struttura alberghiera denominata.

Ritornati a Rio San Martino si prosegue nuovamente verso Zero Branco attraversando una delle aree di maggiore diffusione della coltura del radicchio rosso di Treviso i cui appezzamenti si possono facilmente individuare nella campagna per il colore rosso-brunato dei cespi.
Raggiunto Zero Branco una breve sosta consentirà di vedere il palazzo degli Offi ora Sagramora.
La costruzione, particolarmente intatta e ben conservata, è una bella testimonianza dello stile gotico trecentesco, ravvisabile nelle cinque arcate ogivali del piano terra, che si aprono sul retrostante porticato. La facciata conserva tuttora traccia delle originali decorazioni. Nel corso dei secoli l’edificio ospitò una confraternita religiosa e fu adibito ad ospizio per i pellegrini.
Sempre nei pressi di Zero Branco si trova villa Guidini, composta da una Villa Veneta del sec. XVII edificata su commissione della famiglia dei Dente, e da un ampio parco ricco di piante secolari e rare. Nella villa vi è la sede operativa del Consorzio tutela Radicchio Rosso di Treviso e Variegato di Castelfranco.

Dal centro di Zero Branco si procede ora verso il Terraglio, la strada famosa per il gran numero di ville che si affacciano sul suo tracciato. Molte di esse, anche se purtroppo generalmente non aperte al pubblico, si trovano nel comune di Preganziol.

Villa Albrizzi – Franchetti
La famiglia Albrizzi, originaria del bergamasco, fu per secoli dedita al commercio dei tessuti e, accumulata un’ingente ricchezza, si trasferì a Venezia. Fin dai primi anni del Seicento gli Albrizzi possedevano la villa sul Terraglio: di modeste dimensioni, con facciata a tre piani, essa richiama la tipologia della casa veneziana.
Nel 1667, la famiglia poté permettersi l’iscrizione al Libro d’Oro del patriziato veneziano e nei primi anni del Settecento sentì la necessità di adeguare la villa ad un superiore status rappresentativo: vennero così realizzate, su disegno dell’ architetto trevigiano Andrea Pagnossin, due splendide barchesse gemelle, discoste ed arretrate rispetto al corpo centrale, caratterizzate entrambe da un grande portico colonnato. Esse furono decorate da affreschi di notevole livello artistico ed adibite a soggiorno e foresteria per gli ospiti. Di particolare pregio il ciclo di affreschi, (realizzato pare da Mattia Bortoloni nel 1730), della barchessa di destra, raffigurante scene di caccia, allegorie delle Arti e figure di dame.

Nell’Ottocento lo splendido parco, originariamente concepito come giardino all’italiana, fu adeguato al gusto romantico dell’epoca e trasformato in parco all’inglese; alla fine del secolo, il barone Franchetti, nuovo proprietario, lo fece ampliare e modificare, aggiungendovi costruzioni in vario stile. Intorno al 1930 Raimondo Franchetti, famoso esploratore, piantò nel parco molte specie arboree esotiche provenienti dai suoi numerosi viaggi e allestì in una delle barchesse un museo con i ricordi delle proprie esplorazioni in Asia ed Africa.
Tra il Settecento e l’Ottocento la villa ebbe grande fama poiché vi si riuniva un circolo culturale, presieduto dall’affascinante Isabella Teotochi Albrizzi, che riuniva le più eminenti personalità del mondo dell’ arte e della letteratura: tra questi vi furono Ippolito Pindemonte (che con lei ebbe una lunga storia d’amore e la cantò con il nome di Temira), Ugo Foscolo (che la amò in giovane età e le rimase amico per tutta la vita) ed Antonio Canova, sua altra grande e chiacchierata passione.

Villa Taverna (già Palazzi-Valier)
Fu costruita nel 1720, su disegno di un allievo dell’architetto Frigimelica. L’edificio principale, a tre piani con schema veneziano, è stato ampliato esternamente. È composta da due barchesse retrostanti unite alla villa da un corridoio. Al centro del giardino c’è una vasca ornata da grandi pigne di pietra e da cani accucciati. Alla fine del viale d’ingresso ci sono quattro bellissime statue rappresentanti “Le stagioni”. Di notevole interesse è il parco, tra i più belli del Terraglio, dove la disposizione crea effetti suggestivi di forme e colori. L’allestimento del parco fu curato dall’architetto Negrin e dal fiammingo Van Den Borre che curò la sistemazione del giardino (metà del 1800).

Villa Colombina
È una villa veneziana del settecento e, rispetto alle altre costruzioni del Terraglio, si presenta più piccola, più semplice, in un armonico equilibrio di forme. Si sviluppa su due piani, più un piano rialzato sormontato da un timpano, in corrispondenza del salone centrale. Le stanze interne sono decorate con marmorini e con sobri ed eleganti stucchi. All’angolo nord-orientale della villa, aderisce un lungo fabbricato a due piani che ospita tutti i servizi. Nelle sue adiacenze, vi è un piccolo giardino con quattro belle statue rappresentanti gli “elementi” (aria, acqua, terra, fuoco). La villa offre la particolarità di avere una graziosa cappella interna.

Villa Marcello del Majno
La villa, verso la fine del settecento, era di proprietà del nobile veneziano Gian Battista Grassi. Successivamente i nuovi proprietari, i conti Onigo, la adibirono a luogo di caccia, in seguito la trasformarono in dimora di villeggiatura. L’edificio centrale, a tre piani, ha il corpo centrale sormontato da un vasto timpano al cui centro si trova lo stemma con la scritta EGO dalle iniziali della contessa Elisabetta Galvani Onigo. All’interno, il pavimento del salone centrale, è a terrazzo veneziano; negli altri due piani i pavimenti sono a terrazza con disegni geometrici e cornici. La sala e tutte le stanze del secondo piano sono abbellite da eleganti stucchi. Affiancano la villa due belle barchesse ad archi. L’ambiente più interessante di questi due edifici è la sala da musica, situata nella barchessa di destra. Ampia ed elegante, la sala è decorata con affreschi monocromatici di gusto neoclassico raffiguranti “il carro del sole” (soffitto), putti musicanti e scene di danze alle pareti. Dall’esterno, nascosta da una macchia di lecci, si affaccia sulla strada la cappella. Nel parco gli alberi fanno corona al complesso di edifici e ai prati antistanti la villa.

Villa Tasso
Sorta probabilmente attorno al 1600, dalla modifica di un precedente palazzetto del XV secolo, è una costruzione a tre piani, di disegno molto semplice ed armonioso. Le pareti interne sono a marmorino, le sale hanno soffitti a travi e pavimenti a terrazzo veneziano. Esternamente, a sinistra della villa sorge una rustica barchessa; davanti alla villa stessa, al centro di un’aiuola rotonda, è posta un’antica vera da pozzo e, sui margini, quattro statuette di putti ben conservate.

Villa Franchi (già Spandri)
Fu costruita dai Contarini nel 1600; per circa 100 anni appartenne ai Brighenti. Alla fine del 1700 passò a Nicolò Olmo. L’edificio principale è a due piani, la parte centrale sopraelevata è coronata da un timpano. Al primo piano sorge un balconcino rococò con la ringhiera in ferro battuto. Ai due lati di questo edificio, si affiancano le ali costituite da due piani e sottotetto. All’interno le sale centrali e alcune salette sono pavimentate a terrazzo veneziano con cornici. Particolarmente fastosa è la sala da musica: stucchi e delicate pitture ornano tutta la sala. L’ovale del soffitto è attribuito a Giovan Battista Canal. Alcune stanze hanno pareti e soffitti ornati con stucchi leggermente decorati. All’interno del giardino c’è una cappella.

Villa Marchesi
L’attuale edificio è il risultato dell’ampliamento eseguito nel secolo scorso, di una villa preesistente. La villa è a tre piani, con la parte centrale sopraelevata, vi si accede mediante un’ampia scalinata. Le due bifore laterali del primo piano e tutte le finestre del secondo piano hanno volta ad arco. L’interno della villa è molto sobrio, solo il salone centrale è pavimentato a terrazzo veneziano e soffittato alla sansovina con eleganti decorazioni. Assai arretrate rispetto all’edificio principale, si trovano due barchesse a due piani e sottotetto. Una delle barchesse protende un corpo in avanti dove, in un ampio portico, sormontato da timpano, si apre l’ingresso. Nascosta nel parco retrostante la villa, c’è un’altra ampia costruzione formata da un corpo adibito ad abitazione e affiancata da un grande portico che ospitava rimesse e scuderie. Le scuderie recano tracce di decorazioni pittoriche di architetture. Gli ampi spazi intorno alla villa, sono ornati da statue e vasi di pietra scolpita.

Usciti da Preganziol si prosegue in direzione Est fino alla deviazione per Conscio, si svolta quindi a sinistra fino a raggiungere il centro di Casier che sorge su un ansa estremamente suggestiva del Sile. Dopo aver attraversato la città, il fiume, a seguito dell’immissione nel suo corso delle acque dei numerosi affluenti che si immettono nel centro della città o immediatamente a Est, aumenta notevolmente la sua portata e assume un tipico andamento meandriforme con il susseguirsi ai grandi anse che offrono suggestivi scorci panoramici.

Dalla chiesa di Casier parte un bellissimo sentiero che, correndo sulle sponde del fiume, consente di costeggiarlo e di attraversare alcuni canneti su passerelle da cui si possono ammirare la fauna acquatica e le numerose specie di uccelli nidificanti o di passo. Si raggiunge quindi il cosiddetto “cimitero dei barconi” ove, semisommerse nell’acqua si possono ancora vedere molte delle imbarcazioni che venivano un tempo impiegate per il trasporto delle granaglie verso le industrie molitorie la cui sagoma si affaccia ancora imponente sulla sponda sinistra del Sile.
Da Casier una breve deviazione verso Casale consente di raggiungere in località Lughignano Villa Barbaro, Gabbianelli, Dall’Aglio. La tradizione letteraria attribuisce la costruzione di questa antica villa alla regina di Cipro, Caterina Cornaro, quale dono di nozze per la di lei damigella Fiammetta Buccari (ricordata anche dal Bembo negli “Asolani”).

La villa è considerata una delle più belle tra quelle poste lungo le rive del Sile ed è sicuramente, fra queste, la più antica. Essa fu costruita nel 1490 e rappresenta un ottimo esempio, in terra ferma, di villa veneziana, derivata dal palazzo cittadino, e diffusa inizialmente nelle isole della laguna come luogo di villeggiatura dei veneziani. Dai palazzi veneziani mutua, infatti, la massa cubica e la facciata ingentilita da un’ elegante balconata a quadrifora al piano nobile e da un “portego” che si affaccia ai prospetti anteriore e posteriore. La facciata principale presenta inoltre un singolare scarto asimmetrico dell’ asse centrale, finalizzato a seguire la disposizione planimetrica interna. Nel territorio di Casier, nei pressi del centro comunale a Dosson si trova Villa de Reali che fu costruita intorno al 1700 dal barone de Berlendis sui resti di un’abazia benedettina. Il corpo centrale è realizzato in stile barocco veneziano e presenta una facciata regolare il cui piano terra è caratterizzato da un loggiato: le barchesse e le relative adiacenze si sviluppano intorno alla villa padronale. All’interno le sale sono decorate da stucchi veneziani. Di un certo interesse anche l’ampio parco circostante la villa.

Da Casier si può rapidamente raggiungere il centro di Treviso, ma una deviazione verso Nord consente la visita di altri interessanti ambienti e monumenti. Prima di giungere in città, subito dopo la chiesa di S. Antonino, si svolta a destra. La strada raggiunge dopo poco la tangenziale della città. Si gira nuovamente a destra e, dopo aver superato il Sile, usciti a sinistra dalla tangenziale si raggiunge la località di Lanzago (Silea). Benché non visitabile, va certamente ricordata la presenza a Lanzago di villa Avogadro degli Azzoni che fu eretta verso la metà del ‘500 dai Conti di Onigo, sulla sponda del fiume Melma. L’edificio è a pianta quadrata con un’ampia gradinata che sale dal giardino alla loggia.

I soffitti del primo piano sono tutti alla sansovina; il secondo ha un salone con alto soffitto a vela, decorato da busti di imperatori romani. Il giardino ed il parco sono popolati di statue e con una bella fontana di marmo del ‘500.
In centro a Lanzago, all’incrocio si volterà a destra e dopo qualche curva si comincerà ad intravedere il lungo stradone delimitato da alti cipressi di villa Tiepolo-Passi. La villa, costruita intorno al 1600 in stile barocco veneziano, è appartenuta alla nobile famiglia veneziana dei Tiepolo. E’ caratterizzata da uno sviluppo orizzontale scandito da finestre alte e strette, interrotto soltanto da un timpano con arco centrale un po’ sproporzionato. Le adiacenze sono collegate al corpo principale della villa da ampi loggiati. Gli interni, sviluppati attorno al salone centrale, presentano un ragguardevole ciclo di affreschi, soffitti alla sansovina e stucchi del settecento. Di pregio il parco circostante decorato con numerose statue.

L’itinerario prosegue verso Carbonera, fino a raggiungere la frazione di Vascon ove nella piccola chiesa dedicata a S. Lucia vi sono due splendidi affreschi: “la Trinità” di scuola Tiepolesca (1746) e “La gloria di S.Lucia “ (1722) attribuito a Gian Battista Tiepolo. A poca distanza dalla chiesa si trova la bella villa Valier-Loredan. L’edificio risalente al XVII secolo, ha una facciata centrale in stile neoclassico costituita da quattro colonne ioniche al primo piano che riquadrano tre fori ad arco con poggiolo; il timpano superiore rompe la compostezza del fabbricato; anche le due barchesse laterali sarebbero riconducibili ad un periodo successivo. Il grande salone centrale, comprendente due piani, conserva un notevole ciclo di affreschi attribuiti a Niccolò Bambini (1657-1736).

Poco distante da Vascon, a Lancenigo di Villorba, si trovano le Fontane Bianche, un’interessante area di risorgiva inserita nella rete Natura 2000 da cui si origina il fiume Melma. Le risorgive sgorgano nel mezzo della campagna e sono facilmente visitabili con una breve passeggiata. Nei fontanili si possono ammirare l’acqua trasparente e la ricca vegetazione ripariale.
Lungo via Cal di Breda, la strada per Treviso, la Provincia di Treviso ha di recente istituito nelle Case Piavone un piccolo ma interessante museo etnografico. Le Case Piavone fanno parte di un più ampio intervento della Provincia, che in un’area di 67 ettari ha istituito il parco delle Sorgenti della Storga, un altro interessante ambiente di risorgiva posto nei pressi dell’Ex Ospedale psichiatrico destinato a divenire la nuova sede della Provincia di Treviso.

Attraversata la ferrovia ci si immette sulla strada statale 13 Pontebbana per raggiungere la città. Il bel viale alberato che conduce in città è circondato da interessanti ville immerse nel verde di ampi parchi. Tra di esse spicca Villa Manfrin (ora Margherita) costruita tra il 1775 ed il 1783 dall’architetto G. Antonio Selva. L’edificio principale è a tre piani con frontone centrale. All’interno vi sono alcune stanze decorate con stucchi. Le ampie barchesse, disposte perpendicolarmente alla facciata posteriore, inquadrano una bella peschiera e conservano alcune interessanti formelle in cotto. Il grande parco è aperto al pubblico, mentre la villa ora è sede di un comando militare.
Alla fine del lungo viale che riconduce in città c’è la cinquecentesca porta S. Tomaso una delle tre porte che storicamente si aprivano sulle mura della città.

Terzo itinerario:
La campagna veneta dall’epoca romana alla Serenissima

Il terzo itinerario parte nuovamente da Treviso e ripercorre, inizialmente, il Terraglio, la strada che congiunge Treviso a Venezia su cui sono sorte numerose ville venete. Superato Preganziol, si giunge a Mogliano Veneto ove molteplici sono le ville immerse in pregevoli parchi che ospitano alberi centenari.

Villa Marcello – Lin
La villa del conte Marcello, costruita agli inizi del settecento, è situata ad Est del centro di Sambughè. Il parco conservatosi naturale, senza studiati interventi, resta ancora uno degli elementi più notevoli di tutto il complesso. È costituita da un corpo centrale a pianta quadrata, a tre piani, affiancato ai lati da due brevi ali più basse. A destra, un fabbricato più basso, aggiunto in un secondo momento, si prolunga fino alle dipendenze. È un ampio portico sormontato da un timpano curvilineo, che porta infissi nel muro frammenti di decorazioni in cotto provenienti da un’altra abitazione. A sinistra, isolato e immerso nel verde del parco, sta un piccolo oratorio, con un caratteristico campaniletto a vela. Nell’interno della villa, il salone centrale è riccamente ornato di stucchi e di quattro pitture, che recenti studi hanno attribuito alla mano di Giuseppe Bernardino Bison (1762-1844), rappresentanti “Le stagioni”. Nel giardino si può ammirare una vera da pozzo bizantina e nel parco un sarcofago dello stesso stile.

Villa Condulmer
Dalla strada provinciale, imboccando quella che porta a Zerman, sulla sinistra, tra il verde dei prati e dei frutteti. appare una cancellata sorretta da due pilastri con belle statue: è l’ingresso della settecentesca Villa Condulmer, ora sede dell’omonimo Country Hotel. È una grande villa a pianta rettangolare fatta costruire dai Condulmer nel 1743, caratterizzata nella facciata da un portale con arco a volta unito a due finestre laterali. Tutto è sovrastato da un ampio balcone di marmo con lo stemma della nobile famiglia. È fiancheggiata da due barchesse a un piano: oltre quella di destra, accanto a un cancello sormontato da un timpano ad arcate che permette l’accesso al giardino posteriore, è situata una piccola cappella privata. L’interno della villa è costituito di saloni spaziosi ed eleganti, ornati da stucchi di pregio. Il salone centrale è decorato da 4 grandi dipinti di Eugenio Moretti Larese (1822-1847) e da altre pitture minori situate tra i portali e le finestre laterali. Il grande parco, opera dell’architetto bresciano Sebatoni, con alberi di vane specie, laghetto, piccoli rilievi e rustici costituisce un insieme molto suggestivo.

Parco di Villa Longobardi
All’inizio dell’ottocento presero vita un giardino all’inglese e un piccolo bosco, erde abbraccio di una villa fatta costruire in Via Altinia, attuale Via Zermanesa, da Lady Giorgia Amalia Seymour.
La Villa, posta dall’altro lato della strada rispetto alla Chiesa di S. Maria Assunta, nel 1831 passò in proprietà alla famiglia Vida che incaricò l’architetto vicentino Antonio Caregaro Negrin di ampliare e sistemare il boschetto che arriverà così a confinare ad Est con l’antico “Terraglio Vecchio” fino a realizzare un ampio parco che è attualmente di proprietà del comune di Mogliano ed è aperto al pubblico.

Villa Stucky
Nei pressi della parrocchiale di S. Maria Assunta sorge un edificio che presenta caratteristiche architettoniche differenti da quelle venete; nel secolo scorso, infatti, fu acquistato dall’industriale svizzero Giovanni Stucky che lo fece abbattere e ne fece ricostruire uno secondo lo stile degli edifici del centro-Europa. Il complesso era costituito dalla villa, le scuderie, le serre e il parco che dopo la II guerra mondiale fu trasformato in albergo. Alcune parti, dunque, furono adattate per cambiare destinazione d’uso. Solo il parco rivela, nella parte settentrionale, un frammento dell’antica bellezza, costituita in origine da un bellissimo giardino all’inglese e da un bosco fatto piantumare dalla nobildonna Amalia Seymour e successivamente ampliato e rinfoltito, su progetto dell’architetto Antonio Negrin, dai successivi proprietari signori Dalla Vida. Dal punto di vista storico è importante ricordare che la villa durante la I guerra mondiale fu sede del Comando della 3° Armata che difendeva la linea del Piave. Oggi una lapide, posta all’interno, ricorda gli eventi che portarono alla vittoria. Attualmente ospita un prestigioso albergo.

Villa Duodo Zoppolati
Il nucleo più antico del complesso architettonico, probabilmente risalente al 1685, presenta una pianta quadrata elevata su tre piani. Il piano nobile è caratterizzato da una balconata con tre aperture voltate ad arco e sovrasta il portone principale d’ingresso: tale nucleo centrale racchiuso da una cornice, sottolinea l’armoniosa composizione della facciata. Due barchesse laterali pongono ulteriormente in risalto la casa dominicale. L’antico impianto fu successivamente ampliato con l’aggiunta di un volume a due piani. Il grande parco, sistemato nell’Ottocento dall’architetto Antonio Negrin, valorizza ulteriormente l’insieme monumentale della Villa.

Villa Delia
Situata all’uscita di via Tavoni sul Terraglio, completamente circondata da alberi ad alto fusto, con antistante un verde prato è la casa dove nacque e passò l’infanzia Sandro Fuga, musicista e compositore. Frequentò a Torino il Conservatorio Musicale, che poi lo ebbe come docente e direttore, compose musiche da camera, da orchestra e liriche.

Villa Coin
Costituita da un oratorio e due fabbricati di servizio, è situata poco lontana da via I Maggio, sul lato sinistro del Terraglio. La villa del 700 è a pianta veneziana; di particolare interesse, al piano terreno, sono due affreschi con figure simboliche. È stata oggetto d’accurati restauri strutturali e pittorici. L’oratorio, dedicato alla Madonna del Rosario, è una bella costruzione dalle linee semplici con la facciata arricchita da finti pilastri e completata da un timpano. Costruita da Domenico Codognato, fu poi venduta ai Buratti; Antonio Buratti visse qui con la sua famiglia e si dedicò per hobby alla pittura lasciando alcune opere che si possono ammirare: la pala di S. Francesca Romana e quella della Vergine Addolorata nella chiesa di Mogliano, S. Filomena nella chiesa di Gardigiano e S. Nicolò in quella di Peseggia.

Villa Bianchi – De Kunkler
Fatta costruire dalla famiglia veneziana Lin verso il 1686, venne poi venduta a ricchi banchieri che nel 1821 la cedettero, unitamente alla vasta proprietà terriera, al barone Federico Bianchi, dedito alla carriera militare nella quale eccelse per le sue imprese contro i Turchi; nel 1813 partecipò alla campagna di Russia e l’anno successivo alla conquista di Lione, in Francia. Anche in Italia spiccarono le sue doti militari: sconfisse Gioachino Murat e rimise sul trono di Napoli Ferdinando Di Borbone. Dopo queste imprese nel 1824 si ritirò nella villa di Mogliano. Morì in Stiria, ma fu sepolto a Mogliano nel Mausoleo di famiglia. La proprietà passò successivamente ai De Kunkler, da cui la seconda denominazione della villa. La villa sorge lungo il Terraglio, nascosta da fitti alberi per rispettare l’inserimento nell’ambiente naturale, peculiarità di questo territorio. La costruzione a tre piani, in stile veneziano, dalle linee piuttosto semplici presenta nella facciata al 1° piano un bel balcone in pietra sul quale hanno accesso tre portefinestre ad arco, ornate sopra da modanature con al centro lo stemma gentilizio dei Bianchi. Sulla destra è ben inserita la barchessa, il cui portico è delimitato da sei grandi arcate sostenute da pilastri. Nella parte retrostante la villa, ma affacciato sul Terraglio, G. Lin fece costruire un’elegante cappella dedicata alla SS. Trinità, internamente impreziosita da un ricco altare di marmo e una scultura di Pompeo Marchesi dedicata a Federico Bianchi. Dietro la cappella nel 1863 fu costruito il Mausoleo, coperto da una cupola, ai lati sono disposte le arche sepolcrali che contengono urne di particolare pregio scultoreo

Villa Grazia
Tra il folto degli alberi del giardino si scorge una costruzione in stile veneziano, a tre piani, caratterizzata da una bella barchessa con un porticato sorretto da colonne fino al tetto. La struttura, compresa d’edifici di servizio e di giardino, è chiusa da un muro di cinta che permette l’uscita sulla strada attraverso tre cancelli. Con accesso diretto sulla via, invece, è la semplice chiesetta dedicata prima alla natività di Maria e poi a S. Girolamo. Questa villa fu la residenza del Re Vittorio Emanuele III quando si recava a Mogliano, durante la I guerra mondiale.

Villa Furlanis, già Volpi
Fu iniziata nel 1562 da Leonardo Mocenigo su disegno di Andrea Palladio, però fu innalzata solo la parte più meridionale. Verso la metà del ‘700, essa era ancora incompleta. Solo verso il 1800 la villa fu completata. Nella prosecuzione dei lavori si tenne ben poco presente il primitivo progetto palladiano, per cui la villa si presenta oggi piuttosto convenzionale e non del tutto riuscita nelle sue parti. Tuttavia il vasto prato attraversato dal fiume Dese e il parco antistante formano con l’edificio centrale un insieme nuovo e armonioso soprattutto dal punto di vista paesaggistico. Sopra il balcone centrale del piano nobile fu collocato un grandioso stemma marmoreo della famiglia Morosini e, a coronamento della facciata, sul timpano e sul cornicione furono poste alcune statue. Nel 1859, al complesso fu aggiunta la cappella e il retrostante corpo del fabbricato. La villa nel 1904 fu acquistata dal comm. Giuseppe Volpi. A lui si deve tra l’altro la progettazione e la realizzazione del porto industriale di Marghera.

Villa Veronese
La facciata che guarda al Terraglio è più ampia e più ricca dell’altra, con quattro porte al pianterreno e una bella bifora romanica al centro del primo piano, affiancata da due finestre per lato ornate da cornici. Arretrata vi è un’altra costruzione più bassa e dalle linee rustiche che si protende verso mezzogiorno. È questa la parte più antica della villa. A Nord della villa si trova il parco, assai vasto.
Nei pressi di Mogliano, in località Camporoce si trova la Filanda Motta. La costruzione dell’opificio ebbe inizio nel 1876 per volontà del Cav. Pietro Motta, Per ottanta anni la sua famiglia, attraverso varie vicissitudini, la mantenne viva e ne accrebbe la capacità produttiva finché, nel 1956, a causa della grave crisi che in quegli anni colpì il settore della seta, l’attività bacologica cessò definitivamente. La proprietà fu ceduta e gli edifici del grande stabilimento furono in gran parte adibiti ad altri usi, senza tuttavia subire, fortunatamente, le irrimediabili conseguenze del totale abbandono. Nel 1989 Mario Franco diede inizio insieme alla sua famiglia ad un coraggioso programma di recupero. Pressoché terminato, il complesso oggi si propone come una delle più interessanti e meglio conservate testimonianze architettoniche della propria epoca, accogliendo all’interno dei suoi grandi spazi, in un’atmosfera carica di suggestioni, gli studi, i laboratori e gli atelier di svariate attività ricreative e professionali.

Superata Mogliano, in località Marocco la strada volge a destra lungo via Marignana. Dopo un breve e suggestivo tragitto immerso nel verde si raggiunge Villa Dall’Aglio, detta la Marignana. È un semplice edificio settecentesco la cui peculiarità è legata alla destinazione d’uso. Essa ospitava, infatti, lo studio e l’abitazione dello scultore Toni Benetton, universalmente noto quale maestro della scultura in ferro: egli plasmava la materia sia applicando tecniche antiche che sperimentandone di nuove come l’uso della fiamma ossidrica. I vecchi granai e adiacenti alla villa accolgono ora le opere del maestro, mentre il grande parco ospita le sculture di maggiori dimensioni. In un parco vasto e aperto è situata la villa, di classica struttura veneziana, dalle linee semplicissime; le uniche decorazioni presenti sulla facciata sono un balconcino in ferro battuto al primo piano e un timpano triangolare sovrastante.

Nei pressi del lato Est si trova una lunga barchessa a due piani completata da un insolito cornicione ad archetti; la costruzione continua con un ampio porticato che avanzando verso la strada, termina con una cappella. Il giardino, caratterizzato da imponenti magnolie e da un secolare cedro, pone in evidenza un ampio piazzale pavimentato di pietra dove un tempo sorgeva l’antico oratorio di S. Anna, andato distrutto. I locali della barchessa e parte del giardino (per le opere più monumentali) sono stati adibiti a museo del ferro battuto e possono essere visitati dal pubblico in orari prestabiliti. La villa è sede dell'”Accademia Internazionale del Ferro Battuto”, fondata dallo scultore Toni Benetton, nel 1967, che svolgeva attività didattica sui procedimenti di trasformazione del metallo.
L’itinerario prosegue verso Ovest in una strada immersa nella campagna e scarsamente urbanizzata. In via Molino Marcello si supera il fiume Dese attraversano il resti di un antico mulino e si prosegue fino a Martellago ove nei pressi della chiesa sorge Villa Corner.
Tra Martellago e Spinea si trovano due zone umide protette facenti parte della rete Natura 2000 di un discreto interesse naturalistico (cave di Martellago e cave di Luneo).

Giunti a Salzano merita una visita la chiesa di S. Bartolomeo e l’adiacente museo dedicato a San Pio X. Tra i pezzi più significativi sono da ricordare la rara pianeta rinascimentale in velluto rosso a fiorami, i preziosi damaschi (sec. XVII) e una serie di bei broccati settecenteschi. Sono poi da menzionare le notevoli “croci” ricoperte di lamina argentea (sec. XVII), calici, ostensori, reliquiari ed altre suppellettili liturgiche (secc. XVIII-XIX), rilievi lapidei (secc. XIII e XIV), stendardi dipinti, sculture e arredi lignei, oltre naturalmente ad oggetti legati alla memoria di Papa Sarto. Di un certo interesse è anche il santuario della Beata Vergine delle Grazie, bella chiesa parrocchiale, recentemente restaurata, edificata nel settecento di cui conserva la facciata, scandita da quattro lesene e decorata da terracotte. Nella parte superiore si trovano due nicchie contenenti statue e un finto rosone al centro. Sulla sommità la statua della Vergine. Nel 1883 vennero annesse all’edificio le due cappelle laterali e ampliata quella principale intitolata alla Vergine Maria. L’interno, a navata unica, contiene uno splendido affresco raffigurante la Vergine col Bambino, risalente al XIV secolo, contornata da una pregevole cornice marmorea.

Sempre nel centro di Salzano si trova un bel esempio di archeologia industriale: la villa Donà e l’annesso Opificio. La villa era la residenza estiva della nobile famiglia dei Donà e risale al XVII secolo. Nel corso dei secoli ha subito molteplici cambiamenti fino al 1979, quando, restaurata dall’Amministrazione comunale, divenne sede del Municipio. Gli interni conservano affreschi di epoche diverse e soffitti lignei finemente decorati. Nel 1854 fu progettato da Luigi Garzoni un affascinante parco caratterizzato da terrazzamenti, grotte artificiali e laghetti. L’opificio voluto da Leone Jacur, appartenente alla famiglia padovana di banchieri, padroni del complesso da metà dell’ 800, sorge a nord delle barchesse della villa ed è costituito da un corpo centrale e due ali laterali porticate. Qui si lavorò la seta fino al 1950.

Da Salzano si prosegue ora verso Sud fino a Mirano con la bella villa Belvedere e l’annesso parco. La villa, ora sede degli uffici tecnici comunali, e l’annessa barchessa, attualmente adibita a teatro comunale, sono costruzioni di impianto seicentesco e rappresentano uno dei luoghi più suggestivi di Mirano. Proprio di fronte alla villa si erge il complesso architettonico del “Castelletto”, costruito intorno alla metà dell’800 da Vincenzo Paolo Barzizza. Il vasto complesso a forma di castelletto riprende il gusto tardo romanico delle rovine e si articola in una torre ottagonale a cinque piani che, tramite un’elegante scala a chiocciola, conduce alla stanza del Belvedere, dalla quale si gode di un panorama a 360 gradi. Sotto la torretta si nasconde una grotta, comunicante con la villa tramite un cunicolo, ora murato.
Il giardino Belvedere si estende su una superficie di 1,9 ettari ed è compreso tra i mulini di sopra sul Muson (a Nord-Ovest), il centro storico di Mirano (a Sud), la via Belvedere (a Ovest) e il parco XXV Aprile (a Est).

Il parco di villa Belvedere è collegato da un ponte con quello della splendida villa Morosini – XXV Aprile, seicentesca, di ricordo palladiano, armoniosa e classica con la sua bella loggia a colonne d’ordine ionico, coronata dal timpano e statue. La villa è, tra quelle di proprietà comunale, la più elegante e ricercata, pur nelle sue modeste dimensioni. Già restaurata nelle strutture esterne, è stata fino al 2003 sede della biblioteca comunale. Delle due barchesse parallele presenti nei catasti storici, simmetricamente disposte rispetto alla villa, ne è rimasta una sola, recentemente restaurata e riportata all’antico splendore. Attualmente è adibita a prestigiosa sede di mostre e manifestazioni culturali. Villa e barchessa si trovano immerse in un splendido parco all’inglese, impreziosito da una ricchissima varietà di piante e alberi. I parchi di Villa Morosini e Villa Belvedere sono aperti al pubblico tutto l’anno.

Nel bel centro storico sorge il cinquecentesco duomo dedicato a San Michele Arcangelo, rifatto in elegante veste nel secolo seguente (1684). L’interno ospita un capolavoro di Giambattista Tiepolo, la pala del “Miracolo di Sant’Antonio che riattacca il piede”.
Tra il centro di Mirano e la vicina frazione di Zianigo sorge Villa Tiepolo, semplice dimora di campagna, tra il Settecento e l’Ottocento della famiglia Tiepolo. L’interno conserva cicli di affreschi, opera di Giandomenico Tiepolo, eseguiti con stili diversi, recanti spunti biografici e sulla vita socio-politica del tempo.
A Zianigo merita visitare la Chiesa dedicata alla Natività di Maria; all’esterno si noterà l’antica Torre dei Carraresi, ora campanile. All’interno della Chiesa il grande soffitto con un affresco di Gian Domenico Tiepolo “La Natività di Maria” e la pala del medesimo “Sant’Antonio Abate ed altre figure”.
A Zianigo si incontra la parte posta più a Est del graticolato romano, poco a nord della chiesa infatti si trova l’estremità occidentale del decumano (via Desman), un lungo asse rettilineo che arriva sino alla Statale del Santo, l’antica via Aurelia¹ .
Si percorrerà ora un breve tratto del decumano, per deviare verso Santa Maria di Sala ove si trova Villa Farsetti fatta costruire dal colto abate Filippo Farsetti sul luogo del precedente palazzo dei Sala. L’abate Farsetti chiamò da Roma l’architetto Paolo Posi che progettò il maestoso palazzo in stile rococò, ornandolo con trentotto colonne provenienti dal Tempio della Concordia di Roma. L’abate fece, inoltre, costruire un meraviglioso giardino, un orto botanico di considerevole estensione ed interesse, cedraie, serre, boschetti ed un labirinto.

Su una collinetta, formata dal materiale di scavo di un laghetto ovale, innalzò un tempietto che raffigurava le terme romane. Fece costruire, poi, un ampio terrapieno (anch’esso ovale) che circondò con un filare di tassi sagomati ad arco a richiamare un anfiteatro romano. Nelle vicinanze riprodusse i resti dei templi di Diana e di Giove Tonante. Di tutta questa opera, rimangono oggi il palazzo centrale, la foresteria, due serre di agrumi e la scuderia.
Poco a Nord di Santa Maria di Sala sorge il castello di Stigliano, fatto erigere dai trevigiani nel ‘200 su un sito fortificato di età romana, fu teatro di scontri tra trevigiani e padovani per il controllo del territorio. Con il passaggio del territorio alla Serenissima la sua funzione strategica venne meno e fu venduto alla famiglia Priuli che lo trasformò in villa arricchendolo di decorazioni ad affresco che ricordano le gesta dei condottieri e le vicende storiche del Castello. Nei pressi del castello (ora trasformato in ristorante) vi è un mulino sul fiume Muson.
Proseguendo sempre verso Nord si giunge a Noale che ha conservato intatto il disegno urbanistico originale del suo antico castello di cui si sono però conservate poche vestigia. Dell’antico castello dei Tempesta rimangono i ruderi della Rocca del secolo XII nonché la Torre dell’Orologio e la Torre delle Campane. All’interno del fossato che circondava le mura del castello sorge la chiesa parrocchiale dei SS. Felice e Fortunato, ampliata nel 1885 sui resti di un edificio preesistente.
Essa conserva al suo interno un pregevole altare in pietra d’Istria attribuito al Sansovino, oltre ad una pala di Lattanzio da Rimini ed un dipinto attribuito a Cima da Conegliano. L’altare maggiore è decorato da un dipinto di Palma il Giovane.
Nei pressi di Noale si trova un’interessante zona umida che si estende per circa 35 ettari in una ex cava di laterizi che fa parte della rete Natura 2000.

Da Noale si prosegue verso Massanzago ove si trova la villa Baglioni (sede comunale). Eretta dopo il 1717 dai nobili Lombardo, venne acquistata nel 1718 dal conte Baglioni , il quale affidò a G.B. Tiepolo la decorazione del piano nobile. Gli affreschi raffigurano, in mezzo ad illusorie architetture prospettiche, il racconto ovidiano di Fetonte. Il piano terra del corpo centrale del palazzo conserva stucchi e affreschi di Antonio Zucchi. In questo periodo di splendore la villa ospitò il commediografo veneziano Carlo Goldoni.
Da Massanzago, superato il Muson la strada si inoltra nuovamente nell’agro centuriato padovano fino a Borgoricco (posto lungo il decumano) ove nel nuovo Municipio ha sede il Museo del Graticolato Romano. Il museo espone la documentazione sulla divisione del territorio in epoca romana ed alcuni reperti archeologici di provenienza locale. Il Municipio è un’importante esempio di architettura moderna. Progettato nel 1983 da Aldo Rossi, l’edificio presenta elementi tipici della villa veneta- corpo centrali e ali laterali- e dell’architettura civile della zona. I due corpi “barchesse” laterali e il porticato racchiudono uno spazio interno definendo un luogo pubblico. Al centro della corte si trova l’ingresso principale, scandito da colonne. All’interno sono integrate funzioni differenti: uffici, biblioteca, museo della centuriazione romana: a ciascuna funzione corrisponde all’esterno un volume preciso e riconoscibile. Il corpo centrale a due piani è caratterizzato da una copertura a carena di nave.

Sempre percorrendo le strade del graticolato si giunge a Camposampiero che sorge sull’antica via Aurelia, l’asse che, come già osservato, costituiva il cardo della centuriazione patavina. Camposampiero, nato quale colonia romana sulla via Aurelia, assunse importanza strategica dal 1013 quando con l’inizio della potente dinastia dei Tiso, potente famiglia feudale di orientamento guelfo, divenne una vera roccaforte feudale fortificata e difesa da fossati e mura. Oggi di tale complesso mediovale rimangono le torri dell’Orologio e della Rocca, oggi sede del Municipio. A Camposampiero si trova uno dei più significativi luoghi legati al culto di Sant’Antonio da Padova; la cela della visione ed il santuario del noce.

La cella della visione
L’attuale Santuario della Visione custodisce, incorporata e trasformata in cappellina, la cella della Visione, sopravvissuta alle ingiurie dei tempo e della storia. Vi si accede attraverso una scala stretta. È una povera celletta di mattoni, appartenente al convento primitivo e abitata dal Santo.
Vi si conserva, sotto vetro, una grande tavola, ritenuta suo giaciglio notturno.
Sul fondo un altarino con un quadro che rievoca la visione. Di lato, un bel dipinto di Andrea da Murano (1486) raffigura l’intera figura del Santo in grandezza naturale con i consueti simboli del giglio e libro, simboli della sua purezza di vita e della sua dottrina.
È il luogo più importante di tutto il complesso ed il più caro ai devoti per l’avvenimento soprannaturale che il Beato Antonio visse godendo della visione di Gesu Bambino. La cella è chiamata, per tale motivo, la piccola “Betlemme antoniania”. Nel 1924 si procedette al ripristino del piccolo edificio, riportando in parte allo stile del 1300. Col restauro del 1995 si ricavò, al piano terra, una nicchia per le reliquie.

Il santuario del Noce
Dal piazzale della chiesa, percorrendo un lungo viale alberato, si giunge all’Oratorio del Noce, costruito dove una volta si innalzava l’albero che fu “ultima dimora dei Santo”. L’edificio risale al 1400: si tratta di un gioiello d’arte soprattutto per gli affreschi che coprono la facciata (esterna e interna) e le pareti della prima campata. Sono opera di Girolamo Tessari (detto Dal Santo) che li dipinse nella prima metà dei 1500 e raffigurano fatti della vita di sant’Antonio e soprattutto i miracoli più conosciuti. L’abside poi è occupata da un’ottima tela di Bonifacio da Verona (1536) che ritrae il Santo mentre predica dal noce².
Da Camposampiero di prosegue ora verso Loreggia ove si trova Villa Polcastro-Wollemborg ora Gomiero. Costruita nei primi anni del 1550, poi completata nel 1600 come casa dominicale, ha un parco di pregio con viali e corsi d’acqua e peschiera di epoca successiva. Il giardino, con più di cento tipi di piante ornamentali è opera dell’architetto veneziano Giuseppe Jappelli, mentre la peschiera venne realizzata successivamente. Il giardino racchiude anche il tempietto dei Wollemborg ed è percorso dal canale Rustega che, regolato da un complesso sistema di dighe, forma un piccolo lago con 2 isolette nel mezzo.
Da Loreggia si procede infine verso Piombino Dese dove il terzo itinerario si ricongiunge con il secondo.

1: “La centuriazione romana nel territorio di Padova è una suddivisione agraria del territorio (centuriazione, ossia suddivisione in “centurie”, chiamata anche graticolato romano nel Veneto), attuata nel 31 a.C. dall’imperatore Augusto per i suoi veterani nella zona dell’antico municipio di Patavium, corrispondente all’odierna Padova. La centuriazione si estende nell’area a nord-est della città di Padova ed interessa le attuali provincie di Padova e Venezia e prende il nome di “centuriazione (o graticolato) cis Musonem, ossia “al di qua” (cis) del fiume Muson che segnava il confine con il municipio di Altinum, odierna Altino. Tra le caratteristiche di questa centuriazione, si evidenzia la non coincidenza del centro geometrico della suddivisione agraria (“umbilicus agrii”, ovvero “ombelico della campagna coltivata”), con il centro geometrico dell’urbanistica cittadina (“umbilicus urbi”, ovvero “ombelico della città”), nonostante il fatto che coincida per entrambi uno degli assi, costituito dal cardine (cardo) massimo. Il centro della centuriazione agraria si trovava infatti presso San Giorgio delle Pertiche, mentre il cardine massimo era costituito dall’antica via Aurelia, attuale S.S. 307. Il decumano massimo coincideva invece con l’attuale via Desman, odierno asse viario dei comuni di Borgoricco, di Santa Maria di Sala e di Mirano. Gli altri territori comunali interessati dalla centuriazione “cis Musonem” sono Pianiga, Villanova di Camposampiero, Campodarsego , Camposampiero e Vigonza. L’orientamento della centuriazione non è allineato secondo i punti cardinali e presenta rispetto a questi una inclinazione di circa 14,5° gradi rispetto alla longitudine (est-ovest). Tale inclinazione favorirebbe il defluire delle acque, impedendo le inondazioni, ed assicurerebbe una migliore distribuzione della luce solare; la suddivisione si è mantenuta in linea di massima fino ad oggi. Ciascuna centuria è suddivisa in 8 fasce trasversali anziché le normali 10, da 2,5 actus (pari a 88,80 m). Si ipotizza inoltre che la centuria fosse divisa anche in 20 fasce longitudinali da 1 actus (35,52 m), formando un totale di 160 riquadri, ciascuno da 1,25 iugeri (3.154 mq)” .

Fonte: www.comune-santamariadisala.it

2: Fonte:Il messaggero di Sant’Antonio www.santantonio.org

Informazioni tratte da www.stradadelradicchio.it

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