Mostra ‘Impressioni dissolte’ di Guido Pigozzi a Treviso – dal 12 maggio all’11 giugno 2017

Guido PIGOZZI
Impressioni dissolte

dal 12 maggio all’11 giugno 2017
Ca’ dei Carraresi – Treviso

Dal 12 maggio all’11 giugno 2017 Cà dei Carraresi ospita “Impressioni dissolte”, nuova mostra personale dell’artista Guido Pigozzi, a cura di Federico Martinelli. Olio, acrilico, ma anche smalti, ruggini e altre colorazioni artificiali, oltre ai pigmenti naturali, fanno parte dell’incessante ricerca pittorica dell’artista. Un percorso iniziato da paesaggista quasi quarant’anni fa e che, negli anni, è andato mutando, modificando prospettive, soggetti, punti di vista, all’insegna di una continua e sempre incessante ricerca. Attraverso 150 opere, la mostra racconta il mondo fresco e azzurro delle colline veronesi, l’energia intensa dell’archeologia industriale e la moltitudine coloristica, energica, materica e libera, dell’astratto. «C’è tanto sentimento, un amore primordiale che lega l’artista all’importante – ma ricca, variegata, mai banale – serie dedicata alla raffigurazione del Cementificio di Tregnago, frazione dove l’artista è nato, ha vissuto e dove risiede. Davanti a un’imponente tela che sembra essere un Sant’Elia totalmente destrutturato Pigozzi racconta sia il mondo attivo di fornaci e ciminiere, sia l’abbandono. Poi l’astratto: monocromi blu, gialli, rossi, sempre più nel segno di una libertà senza pari. Fino alla sfida finale. Nuove raffigurazioni che sono un pugno nello stomaco – allegorie degne dei più straordinari e provocatori artisti di ogni secolo – e che raffigurano gli aspetti più tristi della nostra società: corruzione e malaffare. Ma tutto è destinato a un primordiale positivismo. Allora, leggendo la didascalia, l’osservatore scopre che l’uomo fugge dalla corruzione e dall’ingiustizia. La speranza c’è. L’emozione pure. Ed è tanta!», sottolinea il curatore.

 L’esposizione è arricchita da un catalogo, edito da Quinta Parete, con tutte le opere in mostra e numerose altre a ideale completamento di un progetto artistico il più possibile articolato.

La mostra, aperta tutti i giorni dalle 11.00 alle 20.00 a ingresso gratuito, ha il patrocinio di Regione Veneto, Provincia di Verona, Provincia di Treviso e Comune di Treviso. L’incontro con l’artista e la presentazione della mostra, a seguito del raduno degli Alpini, è posticipata a sabato 20 maggio alle 11.00.

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www.quintaparete.it

Contributo critico di Federico Martinelli, curatore della mostra

Olio, acrilico, ma anche smalti, ruggini e altre colorazioni artificiali, oltre ai pigmenti naturali, fanno parte dell’incessante ricerca pittorica di Guido Pigozzi. Un percorso artistico iniziato da paesaggista quarant’anni fa e che è andato mutando, modificando prospettive, soggetti, punti di vista, all’insegna di un continuo e sempre incessante rinnovamento. Nulla di costruito in questa evoluzione: tutto segue un ideale viaggio artistico mosso dall’ispirazione, da una libertà tecnica e coloristica innata. Se la freschezza e i colori tersi di un cielo di collina, la raffigurazione di torri, palazzi e facciate di ville sono temi cari all’artista sin dai suoi esordi, è nell’energia inquietante e ossessiva dell’archeologia industriale che l’arte di Pigozzi si eleva senza pari. C’è sentimento, un amore primordiale che lo lega all’importante serie dedicata alla raffigurazione del Cementificio di Tregnago, paese dove è nato e risiede. E dove lavorava il padre, così come tanti altri padri di quella sorprendente quanto contraddittoria valle veronese. Valle imponente, dalle ricche ville, valle dalle quale si innalzano alcuni tra i più bei monti della regione. Valle dai colori intensi, dal cielo azzurrissimo, valle ricca di tradizioni storiche, culturali ed enogastronomiche. Valle di contraddizioni perché accanto a un’esplosione di natura incontaminata svetta, imponente quel Cementificio, colorando di grigio fumo, quello scrigno di natura pulita, paesaggio, fautore di storie, leggende e fascinosi racconti. Ma, nella stessa contraddizione, quel Cementificio è Tregnago. È Tregnago perché il Cementifico è “padre” di tanti ragazzi, cresciuti da famiglie che lì vi hanno lavorato, che lì hanno vissuto parte della loro vita. Un Cementificio che quei ragazzi hanno visto fumare da imponenti ciminiere,fino all’abbandono, diversi anni orsono. Come può l’architetto Pigozzi, che di quel Cementificio ne ha restaurato più parti, non raccontarlo con poesia, con quel qualcosa in più che non è solo arte ma … un sentimento così difficile da esprimere? Davanti ai suoi cementifici, si riflette e si osserva un mondo industriale ora attivo, nel pieno della sua forza, ora abbandonato a un inesorabile destino. Ciminiere, scorci e punti di vista diventano frammenti di vissuto. Accostate, le varie tele, sono come i versi di un poeta: hanno il loro ritmo, le loro figure retoriche, una loro ragione d’essere, ideale racconto di vita. Davanti a un’imponente tela che sembra essere un Sant’Elia totalmente destrutturato – il futurista dipingeva l’irruenza e la forza dell’industria – Pigozzi racconta sia il mondo attivo di fornaci e ciminiere, sia l’abbandono. Conoscendo quella storia non si possono che vivere emozioni positive perché, se è l’emozione dell’osservatore a dare valore a un’opera, è altresì vero che più viva è l’emozione dell’artista, più forte è la molla che farà assurgere ad arte anche il racconto di uno scorcio di archeologia industriale. Innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, urlavano i Futuristi quando si scagliarono “Contro Venezia Passatista”. Supera anche questo, Pigozzi. Il racconto è similare, il canto è quello dell’industria ma se nei Futuristi sembrano sentirsi rumori, suoni, urli e imprechi della gente che vi lavora, in Pigozzi si assiste, anche nelle tele che raccontano il Cementificio in attività, a qualcosa di speciale: il silenzio. Forse per le cromie, forse per la pastosità del colore, ma ciò che appare all’osservatore è quello di una scena silenziosa, come sospesa in un’aurea di “ossimorica” quiete, se si pensa al soggetto raccontato. Nel canto dell’artista la lezione del Cementificio è uno dei passaggi che lo accompagna nella sperimentazione astratta. Se, in numerose raffigurazioni, il Cementificio abbandonato sembra implodere, perdendo la sua struttura, richiudendo su se stesso torrette, ponti e l’intrico di finestre che lo caratterizza, è proprio questo scenario a farlo tendere all’astrazione. Ai piedi, non di rado, si scorgono macerie, materie indefinite, multiformi geometrie astratte. A proposito di Venezia… l’artista arriva a cantarla, con astrazione. Basta l’esperienza del Cementificio o dell’imponente racconto della Cattedrale di Rouen per studiare facciate di cattedrali di un’essenza così forte che nemmeno la figurazione è richiesta. E quindi il sogno e il superamento: Venezia. Sintetizzata, a spatola. Una città monocroma assurta a ideale poetico del futuro. Volontà di raccontarla non per la classicità delle sue forme – illustri pittori ci hanno pensato nei secoli – ma attraverso spatolate dense e materiche di grigio, sogno di un nuovo canto di questa straordinaria città. E con l’astratto, Pigozzi, gioca. Da monocromi blu ( e il ricordo va al “blu Klein” come sintesi della più perfetta espressione del blu oltremare), gialli, rossi… sempre più nel segno della libertà. Fino alla sfida finale. Nuove raffigurazioni che sono un “pugno nello stomaco” – allegorie degne dei più straordinari e provocatori artisti di ogni secolo – e che raffigurano gli aspetti più tristi della nostra società: la corruzione e il malaffare. Ma tutto è destinato, come sempre, a quella primordiale emozione positiva. Allora, leggendo la didascalia l’osservatore scopre che l’uomo fugge dalla corruzione e dall’ingiustizia. La speranza c’è. L’emozione pure. Ed è tanta!

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