Monte Grappa, silenzio e memoria dopo la furia delle armi

Italiani e stranieri, sul Monte Grappa riposano oltre 22 mila uomini a 1700 metri di quota nella quiete dell’orizzonte montano. Visitare questa Zona Monumentale è un’esperienza indimenticabile, che aiuta a capire la storia e il valore della pace.

Sono, in tutto, 22.694. Italiani e stranieri, non fa differenza. Come non la fa il colore di una divisa di fronte all’assurdità della guerra. Riposano tra il silenzio dei 1.775 metri di quota e la pace degli orizzonti montani.

Inconfondibile, anche solo dalla descrizione, la Zona Monumentale di Cima Grappa. E visitarla è sicuramente un’esperienza indimenticabile.

Già i panorami che si scorgono dai tornanti da percorrere lungo l’ex strada militare per guadagnare la vetta, fanno addentrare in una montagna aspra e sorprendente, quasi inaccessibile fino al novembre 1917, quando divenne la linea di sbarramento che rappresentava l’ultimo baluardo difensivo prima della pianura veneta, quindi uno dei principali teatri di guerra fino alla fine del conflitto. In pochi mesi il territorio cambiò volto per sempre: fu interessato da decine di cantieri per la costruzione di strade, trincee, postazioni militari e l’area alle pendici si trasformò completamente, per diventare base logistica a servizio del fronte in quota. Fu un anno durante il quale morirono migliaia di soldati e di civili, e le cime del Grappa accolsero migliaia di morti in molti piccoli cimiteri militari disseminati nei luoghi dei più aspri combattimenti e già nel 1922 la zona oltre i 1700 metri fu dichiarata Zona Monumentale che, oltre al Sacrario (inaugurato il 22 settembre 1935), comprende la Galleria Vittorio Emanuele III, la Caserma Milano e la Casa “Armata del Grappa” realizzate proprio in quell’anno terribile.

L’architettura scelta per il Sacrario nel 1935 (firmata da Giovanni Greppi e dallo scultore Giannino Castiglioni), esalta il misticismo del luogo secondo l’ideologia dell’epoca e armonizza con la sua mole l’aspro profilo naturale della cima. Per comprenderne il significato è forse consigliabile partire dalle foto e dai cimeli del Museo Storico allestito nella Caserma Milano e dagli spazi angusti della Galleria Vittorio Emanuele III, che in soli 10 mesi fu realizzata al di sotto della Cima Grappa, armata e dotata di impianti tecnici e logistici tali da consentire ai circa 15.000 uomini (con 72 cannoni e 70 mitragliatrici) la vita ed il combattimento per lungo tempo: un’opera strategica grandiosa, oggi visitabile in sicurezza solo nel primo tratto.

Visitando prima questi due luoghi della memoria, sarà ancor più chiaro il significato dei cinque gironi della spirale monumentale che conserva i resti di 12.615 caduti italiani, tra i quali solo poco più di duemila hanno un nome. Gironi collegati da un’ampia gradinata centrale a cinque rampe che dalla base del monumento porta alla sommità dove sorge il Sacello, Santuario della Madonnina del Grappa. Dal piazzale del tempietto si snoda, come un tappeto di pietra, la Via Eroica, che corre per 250 metri circa tra due file di cippi in pietra nei quali sono scolpiti i nomi delle località legate alle più famose battaglie del Grappa, e arriva al Portale Roma, un massiccio edificio in pietra che riproduce la forma di un colossale sarcofago.

Dal vasto ripiano alle sue spalle, delle scale interne conducono all’Osservatorio che permette di osservare l’ampio panorama circostante.

Accanto al Portale Roma, inoltre, sono state riunite le spoglie di 10.295 caduti austro-ungarici rinvenute nelle zone circostanti, di cui solo 295 noti: l’edificio è simile a quello realizzato per i caduti italiani, con l’alternanza di loculi nominali e di più grandi urne comuni. Nella pace hanno trovato l’uguaglianza.

I panorami e i sentieri più battuti
che legano i luoghi di devozione

Cima Grappa cominciò a svelare le proprie attrattive sul fronte escursionistico già alla fine dell’Ottocento, anche se solo la costruzione di strade militari avvenuta alla fine della Grande Guerra ha reso fruibili molti percorsi. Negli ultimi decenni, l’intera area ha visto incrementare molto i flussi turistici, anche grazie allo sviluppo di sentieri, per escursionisti e ciclisti, che svelano panorami seducenti e poco conosciuti. Tra questi, molto battuto è quello che collega due luoghi di devozione: il Santuario della Madonna del Covolo di Crespano del Grappa (nella foto) con Cima Grappa. (vivereilgrappa.it).

La Madonna e migliaia di pellegrini
Nel 1899 il Cardinale Sarto, Patriarca di Venezia e futuro Pio X, propose di innalzare a Cima Grappa un sacello sormontato da una statua della Vergine. La statua non poteva essere realizzata sul posto per assenza della materia prima e il trasporto di un grande manufatto era di fatto impossibile per l’assenza di una strada per raggiungere la vetta. Così fu realizzata a Lione una statua bronzea in tre parti, per essere trasportata a dorso di mulo. Il 4 agosto 1901 fu consacrato il Sacello e l’immagine della Madonna, che ogni anno richiama a Cima Grappa, nella stessa data, migliaia di pellegrini.

I prodotti tipici

Iil Morlacco

Il formaggio “dei poàreti” lo portarono i Morlacchi
Oggi è una riscoperta
I Morlacchi arrivarono sul Massiccio del Grappa dalla Dalmazia ai tempi della Repubblica di Venezia. Erano un popolo di pastori e di boscaioli, e realizzavano con il latte rimasto dalla produzione del burro, che commercializzavano, un formaggio addizionato solamente di sale. Considerato per questa ragione un sottoprodotto del burro, il Morlacco, formaggio che da quel popolo ha preso il nome, è citato in documenti dell’Ottocento come formaggio “dei poàreti”, che con la sua esile struttura – dovuta proprio alla sua nascita come “sottoprodotto” – e il suo sapore particolarmente sapido, era il frequente companatico della polenta. E quindi era consumato da chi aveva meno possibilità.Attualmente, dopo la sua riscoperta, la produzione non avviene più esclusivamente nelle malghe come un tempo, ma adeguate e calibrate tecniche di produzione assicurano al Morlacco realizzato nei moderni impianti caseari uno spiccato gusto sapido e persistente e anche i profumi intensi che caratterizzano quello della produzione stagionale dei malgari, sempre piuttosto contenuta. —

Il Bastardo

Anche il “Bastardo” è un formaggio delle malghe del Grappa molto ricercato, che deve il suo nome alla mistura di latte di diversa provenienza animale (pecora, capra, vacca) con cui era prodotto un tempo. Oggi è realizzato solo con latte vaccino e ha un gusto dolce, erbaceo, che diventa sapido e leggermente piccante con la stagionatura.

Il miele

La zona del Grappa è un territorio ideale per l’apicoltura e quindi per la produzione del miele, anche perché c’è la possibilità di spostare gli alveari dai 200 metri sul livello del mare fino ai 1780 m. del Monte Grappa, favorendo così maggiore forza e
sviluppo delle colonie d’api e una qualità e quantità indiscussa di produzione.

Articolo di Marina Grasso tratto da www.tribunatreviso.it del 31 10 2019

 

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