I manifesti Salce tornano in scena con tre mostre

I manifesti Salce tornano in scena con tre mostre

Treviso, oltre mezzo secolo dopo il lascito il patrimonio trova definitiva sistemazione

Due sedi in centro città e un lungo programma espositivo per i 24 mila cartelloni

La storia virtuosa di un progetto portato a compimento

Era il 1895, l’anno primo della Biennale veneziana, quando sui muri delle città apparve il manifesto che reclamizzava l’“Incandescenza a gas Auer” firmato dal più celebre illustratore d’allora, Giovanni Maria Mataloni: una fanciulla ridente, prosperosa e velata tiene con una mano un girasole e con l’altra la lampada a petrolio che irradia un giro di piccoli soli. Ferdinando Salce (per tutti Nando) aveva 17 anni e si stava godendo il primo viaggio in bicicletta lontano dalla natia Treviso quando s’innamorò di quella réclame. Fu così che si fece dare dal padre, agiato commerciante di tessuti, i soldi per acquistare il suo primo manifesto, precoce esempio dell’era pubblicitaria basata sull’ambiguità della seduzione femminile. A quel tempo l’arte dell’affiche d’autore si chiamava cartellonismo e rientrava nelle arti  dell’illustrazione che proprio a cavallo dei due secoli vivevano una formidabile ascesa con la grande diffusione delle riviste, soprattutto umoristiche: veri laboratori di ricerca espressiva basata sulla linea, le campiture piatte e l’esagerazione dei tratti. Il manifesto pubblicitario poteva già contare su grandi artisti come Toulouse-Lautrec in Francia e Aubrey Beardsley in Inghilterra, che  nel  linguaggio  sintetico della comunicazione persuasiva affilavano i caratteri salienti del loro stile. Ne scrivevano anche i critici d’arte più avvertiti come Vittorio Pica, futuro segretario generale della Biennale, dalle pagine di “Emporium”, la rivista che più d’ogni altra teneva d’occhio l’arte delle Secessioni e dunque ogni forma d’espressione artistica volta a interpretare la vita moderna. Pica lodava il manifesto di Mataloni, degno del confronto con i migliori manifesti  francesi, inglesi e americani. È probabile che la passione sia nata da letture come questa, fatto sta che Salce divenne appassionato cultore e collezionista del manifesto pubblicitario. Nel testamento del 1962 legava allo Stato italiano la sua intera collezione. Aveva tentato con Brera senza risultato. Treviso era tiepida. Decise per il ministero della Pubblica Istruzione affinché a giovarsene fossero soprattutto scuole e accademie. L’allora  ministro Gui pensò di portarla a Padova. Il rischio che la collezione prendesse il volo suscitò un movimento d’opinione capeggiato da Bepi Mazzotti, instancabile promotore della cultura artistica  trevigiana,  che  costrinse il Comune a farsene carico in accordo con il Ministero. Una prima sistemazione fu a Palazzo Scotti, sede dell’Ente del turismo dove si avviò la catalogazione sotto la guida di Luigi Menegazzi che ne curò, nel 1974, una prima pubblicazione; Eugenio Manzato ne fece oggetto di ottime esposizione tematiche negli anni in cui il manifesto pubblicitario divenne di gran moda e fiorirono ovunque mostre e pubblicazioni dedicate al genere. Quando scrisse il testamento, il ragionier Nando Salce aveva perso il conto dei suoi manifesti, pensava fossero all’incirca quindicimila: erano 24.580. Lo sa bene Marta Mazza, la storica dell’arte della Soprintendenza che da molti anni si dedica alla collezione e ora, con il decreto sulla riorganizzazione dei musei e delle soprintendenze, direttrice del Museo nazionale Collezione Salce, che rientra nel polo museale del Veneto. Diventa dunque permanente, dopo più di mezzo secolo e molte vicissitudini, un Museo riservato a questo straordinario patrimonio, unico in Italia, diviso tra due plessi monumentali a Treviso. Il passaggio finale al ministero dei Beni Culturali ha significato infatti il varo di un piano organico e definitivo di sistemazione. A partire dall’individuazione di una sede adeguata quale sono i due prestigiosi siti monumentali di San Gaetano e Santa Margherita. La storia, in questo caso davvero virtuosa, parte nel 2008 con il recupero e la progettazione specifica da parte dello stesso ministero dei due complessi  architettonici;  mentre all’individuazione delle risorse, alle gare d’appalto e alla direzione dei cantieri provvedono due enti non più esistenti, ovvero la Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Veneto e la precedente Soprintendenza storico-artistica, tradizionalmente affidataria della collezione. Una parola va spesa per l’ufficio musei della Regione che per molti anni si è adoperato in modo efficace e razionale per la valorizzazione dei musei veneti classificandone oltre trecento, per poi sparire nel nulla con il decreto suddetto. Tuttavia, pur mutando gli assetti delle competenze preposte, i cantieri dei due siti museali e lo studio e la catalogazione dei manifesti sono andati avanti con una costanza esemplare che molto deve alla Soprintendenza e, in particolare, alla dedizione e al rigore scientifico della Mazza. Siamo dunque sulla rampa di lancio: il San Gaetano, pronto per luglio, aprirà con le mostre temporanee entro l’anno, mentre l’apertura del Santa Margherita, destinato alla conservazione e alla valorizzazione, e dunque dotato di strumentazioni tecnologiche d’avanguardia, avrà tempi un po’ più lunghi. Come si sa i manifesti sono di carta e la manutenzione di questo materiale assai fragile richiede una cura speciale e non può rimanere esposto per più di quattro mesi: la luce è una magnifica complice nel rivelare qualità grafica e fascino d’antan offrendoli, dopo molti anni, a sguardi provvisti di mutata e consapevole ammirazione, ma ne è anche la prima nemica poiché nuoce, se prolungata, alla loro integrità. Sono previste tre mostre che portano un unico titolo, “Illustri persuasori”: la prima esporrà i manifesti della Belle Époque, la seconda i manifesti tra le due guerre e la terza quelli dal dopoguerra al 1962. La collezione arriva alle serigrafie, alle latte, alle sagome di cartone dei primi anni Sessanta che costituiscono l’ultima parte del lascito, ancora in fase di recupero e studio da parte dello staff del museo. Nella donazione è compresa una vasta bibliografia internazionale sull’argomento raccolta da Salce (tra cui l’intero corpus degli scritti di Vittorio Pica) e il carteggio tra il collezionista e le sue fonti: acquistava i pezzi dalle ditte o dagli stampatori o dagli autori stessi, ma anche li recuperava tra quelli esposti su muri o sugli impalcati. Il San Gaetano è poco distante dalla casa in Borgo Mazzini nella cui ampia soffitta Salce aveva raccolto i manifesti: aveva creato un marchingegno a raggiera dove i fogli stavano appesi su listelli di legno che ruotavano quando venivano sfogliati dai visitatori. Il nuovo museo si articola su quattro piani riservando il primo all’accoglienza e gli altri all’esposizione in sale attrezzate per materiali grafici. Fa parte  del  complesso  restaurato anche la chiesa di San Gaetano, appartenuta ai Cavalieri Templari, ricca di storia e di opere come il cinquecentesco monumento funebre a Ludovico Marcello di Antonio Maria da Milano, l’artefice di una prima ristrutturazione dell’assetto gotico della chiesa e dove, nel Settecento, venne collocato un prezioso organo del veneziano Gaetano Callido. La base conservativa e operativa del museo-collezione sarà invece la Chiesa sconsacrata di Santa Margherita, finalmente rinata dallo stato d’abbandono nel quale versava da molti anni e destinata a diventare deposito, laboratorio di restauro, centro di studio e di didattica, meta di ricercatori e studiosi  del  manifesto. La severa chiesa gotica a un’unica aula con tre absidi e dalle proporzioni euritmiche (l’altezza della navata quasi uguale alla sua larghezza e la tripartizione dei quadrati di base rimandano all’ordine degli Eremitani) era completamente  affrescata e conservava  in  una  cappella “Le storie di Sant’Orsola” di Tommaso da Modena recuperate in modo artigianale, tra l’incomprensione generale e il dileggio dei demolitori, nel 1882-’83 dall’abate Luigi Bailo e trasferite al Museo. Dunque da  Tommaso da Modena a Marcello Dudovich, dalle sublimi rigidità gotiche alle flessuose morbidezze liberty e poi a salire, lungo i costumi artistici del Novecento in compagnia Cappiello, Metlicovitz, Seneca, Sepo, ma anche Cambellotti, Boccioni, Valeri, De Chirico, Depero, Casorati, Sironi e persino Lucio Fontana.

Articolo di Valentina Calzavara del 22 maggio 2016 per www.tribunatreviso.it

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