Biennale Teatro 2021

BIENNALE TEATRO 2021
BLUE

Hanno scelto una palette di colori Stefano Ricci e Gianni Forte (ricci/forte) per comporre, pensando alla Comédie humaine di Balzac, il racconto in quattro parti della loro Biennale Teatro. E sarà il blue, in tutte le sue sfumature, a fare da guida al 49. Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia, in scena dal 2 all’11 luglio.

“Perché si parte dal blue? Perché la malinconia l’isolamento e la morte ci hanno arrestati: il silenzio dei Teatri vuoti potrebbe dipingersi con l’azzurro di un freddo che avvolge tutte le maestranze e gli artisti dello spettacolo ormai a casa da mesi… Blue sarà questa edizione 2021 della Biennale Teatro: un lavoro di riflessione sulla coscienza di un nuovo inizio, sul timone artistico atto a ritrovare questa isola che non c’è (cancellata via dalle rotte da una pandemia gomma pane) e a rifondare, con tale germinante focolaio espressivo, un neo Rinascimento culturale per collocare ancora una volta l’Arte teatrale nel posto che merita, in Noi, in eterna magnificenza del divino”.

Krzysztof Warlikowski, Kornél Mundruczó con il Proton Theatre, Roberto Latini, Kae Tempest, Thomas Ostermeier e Edouard Louis, Danio Manfredini, Francesco Pititto e Maria Federica Maestri di Lenz Fondazione, Agrupación Señor Serrano, Filippo Andreatta e il suo Office for Human Theatre, Adrienn Hód, Paolo Costantini sono gli artisti in scena a Venezia. Accanto ad alcuni dei registi invitati, altri artisti e specialisti saranno maestri per il programma di masterclass di Biennale College: Martin Crimp, Chiara Guidi e Galatea Ranzi, Leo Muscato con Nicole Kehrberger e il maestro Riccardo Frizza, Monica Capuani, Andrea Porcheddu, Davide Carnevali.

GLI SPETTACOLI

Inaugura il Festival Krzysztof Warlikowski, Leone d’Oro alla carriera, con una novità per l’Italia: We are Leaving, adattamento di Suitcase Packers di Hanoch Levin, fra i maggiori autori di teatro israeliani. “La miglior messinscena di Warlikowski negli ultimi anni” secondo Le Monde, We are Leaving è uno spettacolo corale, intinto di umorismo nero che vira in tragedia, in cui l’andare verso un ipotetico mondo migliore che continuamente si impiglia in un “falso movimento”, diventa simbolo di una condizione umana. In scena una piccola comunità con le sue storie quotidiane fatte di risentimenti e tensioni pronte a esplodere, un mosaico di personaggi che Warlikowski blocca come in una sorta di “iperrealismoipnotico” in una coreografia di gesti, tic, posture.

Colpisce al cuore lo spettatore Kornél Mundruczó portando in scena un mondo di brutalità e prevaricazione che apre sugli abissi dell’uomo per interrogarsi su libertà e destino, bene e male. È Hard to be a God, in prima italiana alla Biennale con la compagnia indipendente Proton Theatre fondata nel 2009 dallo stesso Mundruczó, regista dal segno potente sia che affronti cinema teatro o lirica. Tutto si svolge all’interno di due camion per il trasporto merci posteggiati in una periferia, zona franca dove tutto può succedere, tra trafficanti di esseri umani, snuff movie e prostituzione. La macchina narrativa si mette in moto giocando sullo sfasamento percettivo dei diversi media abilmente incrociati dal regista ungherese e su colpi di scena che rovesciano improvvisamente situazione e prospettiva.

Il mondo degli ultimi è al centro anche dello spettacolo di Roberto Latini, artista che ha fatto del rapporto voce-parola-suono uno dei cardini della sua ricerca, ora in dialogo con l’impasto unico di un romanzo estremo di Giovanni Testori, In exitu. Alla teoria di personaggi randagi dell’hinterland milanese del poeta lombardo In exitu aggiunge il giovane tossico Riboldi Gino, colto negli ultimi, strazianti momenti vissuti nei bagni della Stazione Centrale di Milano. “In exitu è come una Pietà. La parabola parabolica vissuta da Riboldi Gino è quella di un povero Cristo tenuto in braccio da Madonne immaginate, respirate, disarticolate, nella fonetica di una dizione sollecitata fino all’imbarazzo tra suoni e senso, come fossero le parole a essere infine deposte dalla croce sulla quale Testori le ha inchiodate” (R. Latini).

È con il Leone d’Argento Kae Tempest che l’arte più antica della poesia, nella sua dimensione originaria di racconto orale, si trasforma in bruciante energia, una narratività necessaria e autentica che mescola la metrica della poesia ai ritmi rap. Poeta, autore per il teatro e di testi narrativi che hanno scalato le classifiche e raccolto premi, rapper e performer di affollatissimi reading, Kae Tempest, classe 1985, sarà a Venezia nell’esibizione live di The Book of Traps & Lessons in prima per l’Italia. “Kae Tempest tratta coraggiosamente della povertà, delle classi sociali, del consumismo – scrive il Guardian. In un modo che non solo evita le insidie e i rischi della banalità, ma addirittura rendendoli belli, attingendo alla mitologia antica e alla cadenza omiletica per raccontare storie quotidiane”.

Anche Thomas Ostermeier con lo spettacolo Qui a tué mon père sente l’esigenza di tornare all’essenza stessa del teatro, “all’uomo che parla a un gruppo di uomini che si è raccolto per ascoltarlo” (T. Ostermeier). Lo fa con un testo autobiografico affidato all’interpretazione dello stesso autore che poi lo ha ridotto per le scene, come in un gioco di specchi: è Édouard Louis, esploso sulla scena letteraria con Farla finita con Eddy Bellegueule. Il suo secondo romanzo, Qui a tué mon père è un atto di accusa con tanto di nomi e cognomi di quei politici e uomini di stato che hanno distrutto il welfare piegando corpo e dignità dei più fragili, gli esclusi dalla storia come suo padre, cresciuto in una realtà che è già condanna. “Le decisioni dei politici possono incidere sulla vita degli ultimi. Come avere un determinato corpo – nero, donna, transgender. Un corpo e il suo disfacimento che riflette la storia degli ultimi trent’anni in Francia” (E. Louis).

Un teatro che si fa canto dolente per Danio Manfredini, figura rara e appartata della scena contemporanea che pure ha influito su generazioni di attori, a Venezia autore e interprete accanto al musicista e polistrumentista Francesco Pini di Nel lago del cor. La suggestione dantesca del titolo allude allo sprofondare della memoria in quell’inferno sulla terra che sono stati i lager rievocati nello spettacolo. Con le parole di Primo Levi, Hannah Arendt, Zalmen Gradowski che Manfredini intreccia in una babele di lingue, immagini, canti per dire l’indicibile. Spettacolo che dedica “ai sopravvissuti, perché le loro parole sono state una guida” e come un “requiem a tutti coloro che sono morti senza lasciare traccia”.

L’interrogativo sulla vita che è anche interrogativo sull’identità è alla base di Altro stato firmato da Francesco Pititto e Maria Federica Maestri di Lenz Fondazione, capofila di una ricerca che fonde scrittura per immagini e creazione plastica dello spazio. Tratto da La vita è sogno di Calderón de la Barca, un autore che è una costante della ricerca della compagnia e ultima di una serie di riletture contemporanee di classici. Altro stato si presenta in forma di assolo interpretato dall’”attrice sensibile” Barbara Voghera, in cui vengono a convergere le figure del servo Clarino e quella del principe Sigismondo. Principe e servo si inseguono alla ricerca di una sola identità con l’unica certezza che “non c’è via di scampo dalla forza del destino e dal crudele fato”.

Cosa sia vero ai tempi della post verità è la domanda cruciale all’origine di The Mountain, ultimo lavoro di Agrupación Señor Serrano, compagnia premiata nel 2015 con il Leone d’Argento, ideatrice di straordinari dispositivi scenici che mescolano mondo virtuale e performance dal vivo, tecnologia quotidiana e modellini in scala, video proiezioni e immagini in tempo reale mentre diverse linee drammaturgiche si intersecano. E in questo caso sono: la prima spedizione sull’Everest tentata da Mallory nel 1924 da cui non tornerà indietro lasciando dubbi sul risultato; il panico suscitato da Orson Welles con il suo programma radiofonico La guerra dei mondi, anno 1938, primo esempio del potere di condizionamento dei media; Vladimir Putin che, come un maestro di cerimonie, parla soddisfatto di fiducia e di verità, riflette sul ruolo dei media di raccontare la storia… Il tutto fra giocatori di badminton che giocano a baseball, tanta neve, schermi mobili e una visione frammentata di ciò che accade in scena allo stesso modo in cui la realtà si presenta.

Autore di un teatro al grado zero, dove anche un paesaggio immobile può diventare spettacolo plasmato dal suono, Filippo Andreatta è “il regista più sperimentale che si sia incontrato da molti anni a questa parte” (copyright Franco Cordelli), tanto da riuscire a portare anche un libro di architettura in scena, il cult di Rem Koolhaas Delirious New York. Fondatore dell’Office for Human Theatre (OHT) nel 2008, Filippo Andreatta debutta a Venezia con un nuovo progetto in prima assoluta – musica di Davide Tomat – che, parafrasando Gertrude Stein, si intitola Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro. “Uno spettacolo che sparisce. Si sottrae e non racconta nulla. Al centro del lavoro c’è un vuoto, un’assenza che permette l’emersione di qualcosa che conosciamo ma che non sappiamo più vedere. Privando il palco e la materia che lo abita di significati precostituiti, OHT omaggia il teatro per quello che è: un teatro è un teatro è un teatro è un teatro… Quinte, cieli, fondali, luci, americane, contrappesi; ogni elemento diventa una voce da ascoltare in purezza. Voci udibili perché senza parole. Esattamente come nel solfeggio dove le note si materializzano all’orecchio in se stesse: do-re-mi-fa-sol-la-si” (F. Andreatta).

Da una tradizione teatrale importante e vitale come quella ungherese arriva, oltre a Mundruczó, anche la coreografa Adrienn Hód, più volte vincitrice del Rudolf Laban Award e dal 2007 alla testa della giovane compagnia Hodworks, attorno al cui nucleo ruotano artisti multidisciplinari. È in totale libertà che Adrienn Hód (“Sull’altare dell’arte puoi fare cose proibite nella vita reale. L’arte è quindi un gioco, un alibi che ci rende liberi”) decontestualizza spazio e movimento per ritrovare la radicale fisicità del corpo. Così nel suo ultimo lavoro, Sunday, tutti gli elementi dello spettacolo, coreografici e/o teatrali, immersi nell’aggressivo pulsare di una musica gabber, vengono riplasmati dai cinque interpreti in un’esperienza essenziale che afferra lo spettatore. “La domenica non è un giorno noioso di riposo, ma un tour di performance eccezionale. Cosa significa essere una ballerina oggi? Ballare è pericoloso? Cosa è immorale e cosa non lo è? Tutto è permesso. È tutto permesso?”

Infine, Paolo Costantini, vincitore della quarta edizione di Biennale College Registi presenterà, prodotto dalla stessa Biennale, Uno sguardo estraneo (ovvero come la felicità è diventata una pretesa assurda), che trova il suo punto di partenza in uno dei più famosi testi della scrittrice Premio Nobel Herta Müller, Oggi avrei preferito non incontrarmi, dove una donna senza nome, convocata da un regime dittatoriale, attraversa la città seduta su un tram e riflette. “Crediamo che l’atmosfera soffocante del testo – scrive Costantini – riesca a evocare il mondo in cui viviamo oggi. La frenesia della società e la pressione che esercita ha trasformato le modalità in cui si percepisce la propria vita. La dittatura politica è sostituita da una dittatura della frenesia del fare, in cui il tempo è sempre più contratto. Ci si ritrova intrappolati all’interno di gabbie nevrotiche auto generate, che si manifestano in mille forme diverse, ma che hanno come denominatore comune il rapporto con il tempo”.

BIENNALE COLLEGE TEATRO

Il progetto di Biennale College secondo i Direttori ricci/forte consolida l’idea di ricerca e sostegno di nuovi talenti aggiungendo all’attenzione per la regia e la drammaturgia, soprattutto italiane, il bando internazionale per performer, che sceglierà un lavoro performativo inedito in esterni, individuando luoghi topici della vita quotidiana lagunare. Considerando il grande interesse che oggi suscita l’autorialità performativa nel resto del mondo, così profondamente connessa con le Arti Visive, quelle della Musica e della Danza, La Biennale di Venezia ha ritenuto importante e necessario invitare artisti internazionali a confrontarsi con una scrittura scenica, come quella performativa site specific, in grado di raccontare le istanze del contemporaneo.

Biennale College si articolerà quindi in quattro sezioni: registi italiani under 35, autori italiani under 40, performer italiani e stranieri under 40, masterclass.

Registi, autori, performer
Per le prime tre sezioni i bandi lanciati a dicembre hanno raccolto 415 adesioni da cui sono stati al momento selezionati:

30 candidati per il bando registi under 35 da cui, al termine di varie fasi di selezione, sortirà un unico regista vincitore di un premio di produzione che gli consentirà la realizzazione, con il supporto dei Direttori artistici, del proprio spettacolo da presentare nell’ambito della Biennale Teatro 2022.
Gli attuali candidati sono: Alessandro Biswas, Michele Brasilio, Filippo Capparella, Francesco Cecchi Aglietti, Annalisa Cracco, Ilenia D’Avenia, Marco Fasciana, Giovanni Firpo, Ruggero Franceschini, Francesca Gabucci, Federico Gagliardi, Gabriele Gerets Albanese, Emanuele Giorgetti, Simone Giustinelli, Giulia Grandinetti con Rodolfo Salustri, Virginia Landi, Andrea Lucchetta, Michele Mariniello, Francesca Merli, Olmo Missaglia, Giulio Nocera, Gabriele Paupini, Pier Lorenzo Pisano, Lorenzo Ponte, Alba Maria Porto, Alessandro Sanmartin, Elvira Scorza con Noemi Grasso, Matteo Spiazzi, Elena Zamparutti con Francesco Cocco, Francesco Zanlungo con Lara Barzon.

16 autori under 40, da cui verranno scelti, al termine delle fasi di selezione, due autori vincitori, che potranno presentare in forma di lettura scenica i loro testi originali, in collaborazione con un riconosciuto centro di formazione teatrale, alla Biennale Teatro 2022.
I 16 autori attualmente selezionati sono: Daniela Brunelli, Tolja Djokovic, Francesco Giuseppe Dossi, Noemi Giulia Fabiano, Emmanuele Ferrarini, Giacomo Garaffoni, Serena Guardone, Damiana Guerra, Emilio Marchese, Margherita Mauro, Chiara Migliorini, Piera Mungiguerra, Valeria Patota, Dario Postiglione, Valentina Virando, Giacomo Fiorenzo Zibardi. La loro masterclass, condotta da Davide Carnevali per l’intera durata del Festival, stabilirà al termine della stessa i due autori vincitori.

15 sono gli attuali candidati per la performance site specific, a cui seguirà una seconda fase di selezione sempre nel corso di quest’anno, al termine della quale verranno nominati i due vincitori, che parteciperanno alla fase di realizzazione e presenteranno, infine, i loro lavori a Biennale Teatro 2021.
I selezionati di questa prima fase sono: Giulia Briata, Ivonne Capece, Simon Capelle, Stellario Di Blasi, Irene Di Lelio, Antonella Di Martino, Valentina Donati, Charlie Lana Rooy, Paolo Panizza, Giulia Perelli, Ulisse Romanò, Lara Russo, Pablo Tapia Leyton, Anna Terio, Maria Luisa Usai.

Masterclass
Un programma di masterclass coprirà l’intera durata del 49. Festival Internazionale del Teatro coinvolgendo pubblico e professionisti da tutto il mondo per un’approfondita riflessione sul fare teatro oggi. Perché Venezia e la Biennale non siano soltanto il palcoscenico per la presentazione di spettacoli, ma anche e soprattutto il luogo dell’incontro, dell’apprendimento, della formazione pratica e della discussione delle arti teatrali a livello internazionale.
Un programma di masterclass e di tavole rotonde (sulla regia nell’opera lirica e su teatro e psicoterapia) e che si integra al programma di spettacoli e diventa parte essenziale del Festival.
Maestri per gli artisti che verranno selezionati tramite bando internazionale saranno: Monica Capuani per la traduzione teatrale, Martin Crimp per la drammaturgia, Chiara Guidi e Galatea Ranzi per attori/performer, Leo Muscato con Nicole Kehrberger e il maestro Riccardo Frizza per cantanti lirici, Danio Manfredini sul corpo poetico, Krzysztof Warlikowski per registi/drammaturghi, Adrienn Hód per attori/performer, Andrea Porcheddu per la critica teatrale.
Leggi il bando di Biennale College Teatro – Masterclass.

RINGRAZIAMENTI

Si ringraziano il Ministero della Cultura per l’importante contributo e la Regione del Veneto per il sostegno accordato ai programmi del Settore Teatro della Biennale di Venezia.

Media partner dei Settori Danza, Musica e Teatro è Rai Cultura, con il suo portale web e il canale Rai5, seguirà gli appuntamenti della Biennale di Venezia per il 2021.

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