Costalunga, il colle-museo ai piedi del Monte Grappa

Costalunga, il colle-museo

Case affrescate e sculture
accompagnano la fantasia

Ai piedi del Grappa, dove Canova prendeva le pietre per il suo tempio, ogni anno pittori e scultori lasciano segni indelebili su muri antichi e monoliti dimenticati.

CAVASO
È la “Cibiana de noaltri”, ma non ditelo in giro, che il presidente di Arte e Natura, Renato Zanini, si arrabbia e puntualizza: «A Cibiana ci sono i murales. Da noi non si fanno murales: solo affreschi, ovvero opere pittoriche che durano nel tempo».

Per raggiungere questo museo en plein air, intanto, non serve avventurarsi tra le montagne: basta fermarsi alla fine dei colli asolani affacciati sul Grappa. Ci si arriva un po’ a sorpresa dalla Sp 26 che da Pederobba va a Bassano, girando a sinistra all’altezza del bar Bianco e poi subito a destra. Oppure scendendo dai colli asolani e risalendo in direzione di Possagno, che dal paesello si vede perfettamente.

Il borgo di Costalunga, in comune di Cavaso del Tomba, è un museo sotto il cielo, tra muri a secco, un verde che spacca la scorza e tanti alberi che godono del particolare microclima.

Venendo da Asolo e Monfumo le prime sculture ti accolgono poco prima della curva che entra in paese. Raggiungendolo la prima volta dalla parte di Onigo, il trionfo è quello della natura, con pochi edifici (e un paio di opifici osceni per bruttezza) e tanti rami intrecciati a fianco della collina, abbiamo trovato un albero di cachi con circa 400 frutti, ma anche un melograno con “mele” grandi come piccole zucche.

E lassù, a casa Zanini, un’agave più alta di un vatusso che, dicono, non ha bisogno di essere coperta e salvata dal gelo nella brutta stagione. Insomma, una riviera ligure senza mare. Qui tutto stupisce e niente stupisce più, tant’è vero che quando incontri uno, due, tre elfi di pietra (scolpiti, ma lo scopri se ragioni) non te ne fai un problema, anzi ti sembra logico e adatto al contesto. E anche il leone che spunta tra gli arbusti, se non lo becchi di notte, fa simpatia.

I borghi, scolpiti e dipinti, in realtà sono tre, Costalunga, Bocca di Serra e l’antichisismo Castelcies. I tre borghi, sparuti di popolazione ma onusti di storia, i loro muri e le pietre che li circondano, costituiscono un museo “open”, una galleria tra alberi e case che porta il nome di una associazione nata nel 2000 a Cavaso del Tomba, “Arte e Natura“.

In questo ventennio sono stati, di volta in volta, una cinquantina i pittori e scultori che hanno lasciato una loro traccia sui muri e sulle pietre di questo “museo” che sorge tra alberi di noce e ontano, nocciolo e acacia, vite e pero.

Nulla che si possa, forse, ascrivere al gotha dell’arte moderna. Piuttosto un helzapoppin senza fine, che sorprende anche i tanti cicloamatori che salgono queste strade (dalle pendenze nonostante tutto feroci) e si deliziano della vista dell’arte popolare.

Le scene raffigurate sui muri, proprio come in Cadore, appartengono al ritmo delle stagioni, rappresentano la falciatura, la mietitura, la vendemmia, i prodotti e la frutta di stagione, ma anche personaggi della religione popolare, mentre gli enormi massi lavorati regalano leoni con la bocca spalancata, facce grottesche, vecchi troll, donne dormienti con lo sfondo di prati obreggiati e giovani folletti del bosco. Il tutto intervallato a fontane storiche, capitelli secolari e riusati per incastonarci una sorprendente lepre dipinta, e chiesette millenarie come quella di San Martino.

«Vi va già bene che trovi qualcuno per fare domande – ci apostrofa una pensionata – Qui sono scappati tutti, c’è stata un’emigrazione spaventosa tra le due guerre e poi un’altra dopo la Seconda: quasi tutti in Australia, molti mai tornati neanche per le ferie, molti seppellitisi in miniera o arrampicatisi , da manovali edili, sui palazzoni enormi della Sydney costruita dagli italiani, anzi dai veneti. Non ci fossero gli affreschi e i turisti, qui sarebbe un deserto».

Non è proprio così: qui le cose da vedere c’erano già e, al di là del turismo adulto, va conteggiato quello degli Under, scolastico: sono tante le scolaresche che salgono quassù per misurarsi con i colori e il disegno: si sono impossessati di due muri di contenimento della campagna, a cavallo tra due colline, e li hanno trasformati in una lunghissima tavolozza. Alla fine, come gli artisti veri, hanno firmato con il nome della scuola, della classe e del paese. A nessuno, finora, è venuto in mente di trasformare tutto questo in una competizione? «E’ già molto quel che facciamo. Come sarà facile intuire, qui i soldi non crescono sugli alberi. Restano giusto quelli per pagare i colori a chi lascia le opere sui nostri muri o lungo le nostre vie». E, poi, a dar lustro ai tre paesi è la storia: tra Bocca di Serra e Castelcies, oltre alla chiesetta di San Martino – che contiene affreschi pregevoli, i progenitori di quelli che oggi sono la caratteristica della zona – si annovera la presenza (ora in copia conforme, dopo aver temuto il furto e aver ricoverato l’originale nel museo padovano degli Eremitani) di una stele con doppia iscrizione retico-etrusca , risalente al II secolo avanti Cristo. Qui nell’anno 1000 c’era anche un castrum di grande importanza, diventato castellar medievale, al centro del quale qualcuno ha compiuto lo scempio: ha eretto un terrificante ripetitore telefonico. Insomma, il dna della Valcavasia è di altissimo profilo e non sono stati gli ufo a portare il messaggio che ha generato Arte e Natura e il museo diffuso. L’avvenimento annuale, con la creazione delle opere, è fissato per il secondo weekend di settembre. Ne vanno fieri i vecchi come Daniele Cunial, che ti indicano la strada fatta costruire dal Canova per portare a Possagno le pietre del tempio, scavate “qui a due passi”, ma che si offrono anche di portarti a vedere le trincee scavate sul fianco della collina nel primo conflitto mondiale. Ma è possibile anche ascoltare il racconto di Ugo Rossetto, padrone dei muri dell’unica osteria della zona (ora gestita da Flavio Tessari, “che non è di qua”), che ti racconta che, quando suo padre emigrò «per fare el cow boy sotto paròn«, Qui abitavano 250 persone. E quando tornò («con il piroscafo e mamma incinta, di me, per farmi nascere qui», gli dissero di fare in fretta che sennò nasceva nella terra – anzi l’acqua – di nessuno), trovò quattro gatti ad attenderlo. Quattro gatti, perchè l’emigrazione non svuota solo i Paesi sulle rive del Mediterraneo, perchè il mare nostrum! non è l’unico limite da valicare per cercare riscatto economico; vuoi mettere un bell’oceano? Davanti al nostro figlio di “vuturnà” lui svetta una delle tante sculture realizzate qui. E ci invita ad andare avanti «che ce ne sono molte altre«. Intanto ci indica quella che non è più la scuola elementare di Bocca di Serra per mancanza di ragazzi («Pochi, ora passa il pullmino e li porta giù a Cavaso») e che è deventata la sede del coro Valcavasia, altra gloria locale, nota per aver accompagnato in scena o spettacoli con Marco Paolini e Simone Cristicchi e aver collaborato con Mario Rigoni Stern. Già, qui la cultura è di casa. Altro che in qualche palazzo in cui si parla di arte veneta e si scavalca la vallata perchè più che Canova non risulta esserci. Sì, certo, questa è arte popolare, va è difficile fare confronti: in fondo i pittori, prima di Tiziano, erano degli artigiani di genio. E gli scultori, ai tempi di fidia, erano solo “scalpellini straordinari”. Non siamo certi di esserci spiegati, ma in una domanica un po’ così è il caso di fare un salto quassù. Non vi piace l’arte? Il silenzio è impagabile.

articolo di Toni Frigo per www.tribunatreviso.it del 16 1 2019

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