Conegliano Valdobbiadene, un territorio antico tra la laguna e le vette dolomitiche

Un paesaggio unico per bellezza e operosità, ricamato nei secoli dalla coltivazione della vite e dal lavoro dell’uomo. Un mosaico di luoghi, storie e comunità riconosciuto Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.

Testi e foto tratti da
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Questa è la storia di tre parole che raccontano un territorio unico: hogback, ciglione, mosaico. Anzi, a dir la verità ce n’è una quarta, più importante, che dà senso pieno a questo luogo: vite. Quattro termini che designano una zona del Veneto incastonata tra Venezia e le Dolomiti, tra il mare e le vette: Conegliano Valdobbiadene.

Siamo in provincia di Treviso, sulle colline che da Conegliano s’innalzano a nord ovest verso Valdobbiadene. Due comuni che, delimitano una terra che da secoli si dedica alla coltivazione dell’uva. La vite segna e disegna questo territorio, ricamando letteralmente le colline, dove la produzione del vino e l’incessante lavoro dell’uomo hanno plasmato il paesaggio nel corso dei i secoli. La viticoltura è diffusa in queste terre fin dai tempi antichi, come ricorda una stele funeraria sulla quale sono incise le parole di un centurione romano che cita i vendemmiales, le celebrazioni in occasione della vendemmia. La vite dunque ha creato un intero territorio, ma come? Per raccontare questa storia è utile tornare alle altre parole chiave – hogback, ciglione, mosaico – che spiegano la peculiarità della fascia collinare che da Valdobbiadene si estende verso est fino al Comune di Vittorio Veneto.

La zona infatti è caratterizzata da una particolare conformazione geomorfologica, denominata hogback, costituita da una serie di rilievi irti e scoscesi allungati in direzione est-ovest e intervallati da piccole valli parallele tra loro. Un ambiente difficile, dalle pendenze ripide, che l’uomo ha modellato perfezionando la propria tecnica agricola. La seconda parola è infatti ciglione, una particolare tipologia di terrazzamento che utilizza la terra inerbita al posto della pietra, contribuendo alla solidità dei versanti e riducendo l’erosione del suolo.

La vite segna e disegna questo territorio, ricamando letteralmente le colline

Il lavoro incessante, per secoli, di tanti piccoli viticoltori ha creato un paesaggio agrario molteplice sia nelle forme che nella composizione. Un paesaggio– ecco l’ultima parola chiave – a mosaico, fortemente parcellizzato e interconnesso, caratterizzato da appezzamenti vitati intervallati da elementi boscati e improduttivi che funzionano come un’efficace rete ecologica. Un contesto orografico unico, la cui durezza impervia è stata superata, anzi, usata a proprio vantaggio dall’uomo. Una storia territoriale antica cui si unisce anche una svolta scientifica.

Per raccontare questa storia è utile tornare alle altre parole chiave: hogback, ciglione, mosaico

Nel 1876 a Conegliano viene fondata infatti la Prima Scuola Enologica d’Italia e nel 1923 l’Istituto Sperimentale per la Viticoltura. Anche grazie a questi centri di studio e ricerca, i viticoltori hanno migliorato l’impianto di vigneti di alta collina, in particolare nei comuni intorno a Valdobbiadene, dove la coltivazione della vite è definita eroica. Cioè ardua, dura, eccezionale. A causa delle pendenze infatti l’uomo è costretto a un’agricoltura esclusivamente manuale. Il risultato più alto di tale complesso lavoro è il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, espressione migliore della qualità del Prosecco, ottenuto con il metodo Martinotti (o Italiano, o Charmat), ulteriormente messo a punto dalla Scuola Enologica di Conegliano, adattandolo all’impiego della varietà Glera.

La Scuola Enologica a Conegliano (TV)

Che questa sia terra particolare, per morfologia, storia, cultura ma anche ingegnosità e iniziativa, lo si deduce anche dalla creazione nel 1966 della Strada del Prosecco, la prima arteria enologica italiana. Il tracciato comprende sia passeggiate tra i vigneti sia percorsi di rilievo storico-artistico. Scorci suggestivi, versanti ripidi alternati a pendii più dolci: la viticoltura plasma forme, disegna linee, creando così panorami dalla bellezza sospesa. Allo stesso tempo le opere artistiche dell’uomo, come costruzioni medioevali, eremi, chiesette secolari, fanno il resto, e donano ulteriore fascino a queste terre. Conegliano, ad esempio, è la patria del pittore Cima da Conegliano (1459-1518), considerato uno dei maestri del Rinascimento. Così nel Duomo della cittadina si conserva una delle sue opere più famose, la “Madonna in trono col Bambino tra Angeli e Santi”. Natura, arte e vino dunque, ma anche gastronomia, perché lungo il percorso è possibile gustare prodotti tipici della zona.

Nel 1876 a Conegliano viene fondata la prima scuola enologica d’Italia e nel 1923 l’istituto sperimentale per la viticoltura

Un territorio, dunque, che è una sorta di museo a cielo aperto. L’equilibrio tra l’attenzione per la produzione e per l’ambiente è ben simboleggiato dal riconoscimento, avvenuto nel 2019, a Patrimonio dell’Umanità Unesco delle “Le colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene”. Non solo. Presente nel registro nazionale dei paesaggi rurali storici, è stato anche selezionato per far parte della ristretta rosa dei 22 paesaggi del vino più straordinari a livello mondiale, presentati all’ingresso del museo Cité des Civilisations du Vin, il più grande centro culturale dedicato al mondo del vino, aperto a Bordeaux. Risultati importanti, spiegabili grazie a un ulteriore parola chiave: comunità. Il lavoro dell’uomo ha infatti disegnato e quasi creato il territorio, un lavoro però non solitario, tanto che alcune testimoniane paiono far risalire questo spirito collaborativo a secoli antichi.

Il duomo di Conegliano (TV)

Nel 1574 infatti, al passaggio di Enrico III Re di Polonia in viaggio verso Parigi per essere incoronato Re di Francia, la comunità di Conegliano fece sgorgare per un giorno intero dalla fontana del Nettuno il vino bianco dei colli. Una favola, quasi. Lo stesso spirito di unità che ha portato nel 1962 un gruppo di 11 produttori, in rappresentanza delle principali cooperative di viticoltori e delle grandi case spumantistiche, a costituire il Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco, proponendo un disciplinare di produzione per proteggere la qualità e l’immagine del proprio vino. Una protezione che riguarda anche la natura stessa, tanto che dal 2011 il Consorzio si è dotato di un Protocollo Viticolo per guidare, garantire e monitorare il processo di cambiamento nell’utilizzo dei prodotti fitosanitari, minimizzandone l’impatto sull’ambiente e sull’uomo, per ottenere una maggiore compatibilità e sostenibilità ambientale.

Scorci suggestivi, versanti ripidi alternati a pendii più dolci: la viticoltura plasma forme, disegna linee, creando così panorami dalla bellezza sospesa

Una comunità che non è solo vino però, ma anche un tessuto produttivo e culturale parallelo altrettanto ricco. E che viene raccontata dal progetto Voci della Comunità, voluto dal Consorzio e dedicato alle altre imprese, produttive e culturali, di Conegliano Valdobbiadene. Una voce di questa comunità parallela è quella di Clementina Viezzer, per tutti la Clemi, molto nota nel territorio. Da anni con l’artigianalità, i sapori e il profumo della cucina della sua Osteria al Castelletto racconta le colline di Conegliano e Valdobbiadene, costruendo un rapporto di amicizia con tutti i suoi ospiti. Un’alta voce è quella di Paolo Paoletti, rappresentate di una famiglia che da ben dieci generazioni gestisce l’ultimo lanificio attivo di Follina, che ha intessuto un rapporto di fiducia, condivisione ed esperienza manifatturiera con il resto del territorio. Una comunità dalle molte anime dunque, che produce vino ma non solo quello. Un mosaico, stavolta umano, che ha creato e continua a far crescere il territorio unico di Conegliano Valdobbiadene.

Testi e foto tratti da http://studio.corriere.it/consorzio-conegliano-valdobbiadene-docg-ls1-prosecco/?fbclid=IwAR3Df_g1qc4UukL5hzJKgmf9R8dHAgEnSnQ9zPrxtEV8HPt64ZaRbto6AEs