Come vestiva, come parlava Canova

Così vestiva lo scultore Canova

Possagno realizza livree e marsine dell’artista
«ometto magro magro» che s’imbottiva il petto

Tre completi di gala e un mantello ricostruiti e messi in mostra nella Gipsoteca, la casa natale in Veneto (Possagno – Treviso): un progetto nato nel 2007 che ha coinvolto studenti e professori di un istituto professionale della zona. In attesa di nuove esposizioni dedicate a bellezza e religione.

Madame Récamier era rimasta assai sorpresa, quando aveva visitato lo studio romano, nell’antica viuzza delle Colonnette, di Antonio Canova: un ometto magro magro (lo avrebbe descritto poi), vestito da operaio, con la fronte calva «raggiante di genio» ma coperta da un berretto di carta se non addirittura da una parrucca. Niente a che fare certo con l’aurea quasi divina che già all’epoca circondava lo scultore. Ma d’altra parte, quello era il suo studio, dove certo accoglieva uomini e donne eccellenti, collezionisti illuminati e mercanti d’alto rango ma ai quali (nonostante le impressioni di Madame Récamier) amava presentarsi in abiti da lavoro «impolverato di bianco con tanto di martello e scalpello in mano». C’era però anche un altro Canova: quello dell’ufficialità, quello che incontrava il Papa o Napoleone, quello che assisteva alla posa della prima pietra del «suo» Tempio a Possagno. Proprio quello che (ispirandosi a Gavin Hamilton o al colonnello John Campbell) amava sfoggiare un’eleganza moderna, in perfetto stile inglese tutta giocata su marsine, sottomarsine e giacche a larghe falde.

Alla ricerca dell’eleganza del genio la Fondazione Canova di Possagno (Treviso) ha ora deciso di rimettere a modello, di riprodurre e di mettere in mostra (accanto agli originali), nel salotto della sua casa natale, tre vestiti dello scultore di Amore e Psiche, di Venere e Adone, del Monumento funebre a Maria Cristina d’Austria, della Paolina Borghese: l’habit à la française; la divisa diplomatica di Cavaliere di Cristo; un completo marrone con bottoni gioiello (più il mantello di Principe dell’Accademia di San Luca). Quasi un omaggio all’altro lato di Canova, quello forse meno conosciuto e più sorprendente, quello che sembra affascinare da sempre studiosi e curiosi, spingendoli magari a spendere (come da Sotheby’s New York lo scorso 4 giugno) quasi tre milioni di dollari per disegni e altri schizzi, più o meno privati, di John Lennon. Ma anche l’occasione per riscoprire una casa oggi trasformata in museo, il più visitato della provincia di Treviso (35 mila ingressi lo scorso anno, 50 mila quelli attesi per il 2014) e uno dei più visti del Veneto: qui, fino al 22 giugno, è in corso una mostra dedicata alle Tre Grazie e qui presto se ne apriranno altre su bellezza e religione (sempre secondo Canova). Una casa museo arricchita dalla splendida Gipsoteca (con tanto di nuova ala progettata nel 1957 da Carlo Scarpa) .

Questa volta si parla dunque di abiti, anche questi, come il resto della collezione, arrivano dal lascito del fratellastro di Canova, Giovanni Battista Sartori. Livree rosse, pantaloni culotte, marsine monopetto a falde sfuggenti, gilet ricamati. E accessori: camicie, jabot, calze bianche, scarpe nere, spade con impugnatura in madreperla, tube, feluche, cappelli alla Napoleone, cinti, parrucche e spazzole. Un omaggio in qualche modo persino obbligato, visto che anche gli abiti del grande scultore sono comunque «beni deperibili» mentre queste riproduzioni (in alcuni casi realizzate con materiale sintetico «perché permette di avere colori più brillanti») assicurano una testimonianza reale e più duratura allo stesso guardaroba. Ma il progetto che ha legato,dal 2007, la Fondazione Canova di Possagno, l’Istituto Ipsia Carlo Scarpa di Montebelluna, l’Associazione Amici del Canova non si limita a svelare il lato più modaiolo di Canova, ma ha allargato i propri orizzonti a un’analisi del suo vocabolario (si potrebbe quasi dire passando dal guardaroba alla biblioteca): un vocabolario ricchissimo di elementi dialettali (modèl, càmis o teler) perché per Canova e per molti suoi contemporanei «l’uso della lingua italiana appare, anche quando è sostanzialmente corretto, faticoso come quello di una lingua straniera».

Il frutto dell’intero progetto è stato ora raccolto in un volume (Come vestiva, come parlava Canova, a cura di Mario Guderzo e Giancarlo Cunial, Kappadue, pp. 176, e 15) appena presentato, con tanto di piccola sfilata (con le studentesse dell’Ipsia a fare da modelle). E colpisce positivamente che questo progetto su Antonio Canova (1757-1822), considerato a ragione uno dei massimi esponenti della scultura neoclassica, sia stato affidato a un istituto professionale (l’Ipsia) e che rientri non tanto in un corso di storia dell’arte, ma nelle attività didattiche del corso Moda. «Portare a termine la ricostruzione degli abiti — spiegano a “la Lettura” i docenti dell’Ipsia che hanno seguito gli studenti, una ventina in tutto, nel progetto — non è stato facile. Il problema più grosso da affrontare è stato che i modelli di questi abiti di fine Settecento sono oggi difficilmente reperibili nei canali tradizionali e che comunque si tratti di modelli e figurini non sempre fedeli all’originale. La nostra fortuna è stata che abbiamo potuto aprire la teca del museo con gli abiti di Canova e fare i rilievi sul posto». E non sono mancate le sorprese: «Ci siamo accorti subito quanto minuta dovesse essere la sua corporatura perché a una prima prova su un manichino non siamo riusciti a infilare la giacca».

Dunque l’impressione di Madame Récamier non era sbagliata: Canova era davvero un ometto magro magro. Lo conferma un altro particolare venuto alla luce durante i rilievi per l’habit à la française, il primo a essere stato studiato, un bellissimo abito ancien régime in panno di lana nero, ricamato con filo di seta con un motivo a foglie d’olivo (scannerizzato e poi ricomposto in una sorta di collage), che molto probabilmente lo scultore utilizzava negli incontri con Napoleone. Tra i tanti accessori di questo habit («un altro problema sono stati i bottoni, difficilissimi da riprodurre») c’è anche una camicia di seta con rouches che serviva ad accentuare il gonfiore e la consistenza del petto: piccolo peccato di vanità per un grande genio della bellezza.

Articolo di Stefano Bucci per Corriere della Sera

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