Il Cavallo Veneto ‘Razza Piave’.

Qualche notizia e qualche leggenda

Secondo la storia, i Veneti antichi erano famosi per la cura e la prestanza dei loro cavalli. L’importanza del cavallo è attestata anche dalla presenza di questo animale nelle necropoli degli antichi veneti.
Il sacrificio dei cavalli, deposti interi nelle tombe senza il consumo della carne, era un’usanza per onorare eroi e defunti. Tale rito è ricordato anche da Strabone che riporta come in onore di Diomede, nel santuario alle foci del Timavo, i Veneti erano soliti sacrificare un cavallo bianco.

Il sacrificio di un’animale cosi’ importante come il cavallo era senza dubbio un fatto molto dispendioso per chi sacrificava. Ecco perche’ nelle necropoli, spesso si ritrovano statuine di cavalli in terracotta, segno di un sacrificio virtuale che in mancanza di maggiori risorse economiche soddisfaceva comunque il rito.

“Artemide, signora di Limna marittima
e degli stadi rimbombanti di cavalli, oh,
poter essere nelle tue pianure, poter
domare i puledri veneti!”
(Euripide, Ippolito, 228-231).

Il grande tragico ateniese non fu il solo autore greco che abbia citato i cavalli. Il primo fu Omero. Egli cantò l’impeto e il coraggio di quei destrieri dal manto bianco, che i Veneti di Paflagonia (regione dell’Asia Minore) impiegarono nel vano tentativo di portare aiuto alla città di Troia assediata da anni.
La fama di questa razza raggiunse in seguito Roma dove, durante i ludi circensi imperiali, una delle squadre in gara era denominata la “veneta factio”. Per non parlare delle battaglie contro i Galli in cui ancora si distinguevano per valore cavalli e cavalieri.
Il cavallo poi figurava come merce pregiatissima insieme all’ambra e alla lana nelle liste d’esportazione a Porto Equilium (odierna Jesolo) nel lido altinate. E ancora Strabone ci tramanda una affascinante leggenda che vede l’amicizia fra uno splendido lupo bianco, scampato alla morte sicura per mano dei cacciatori di frodo, e un branco di candidi cavalli.
Ma fuor da ogni leggenda la vera razza Piave è documentata con sicurezza a partire dall’inizio dell’Ottocento e deriva da incroci con stalloni di sangue arabo. Due erano le varietà, una più piccola adatta alla corsa, la seconda invece impiegata per il traino. Si sa poi che l’appellativo “razza Piave”, come blasone popolare, è passato dal mondo animale a quello umano nel corso della Grande Guerra. Le traversie vissute in quegli anni dalle genti nate sulle rive del Piave, non fecero altro che rafforzare le loro tempre fiere e orgogliose già indurite dalle alluvioni e dalle carestie.
“Non c’era più se non un fiume in Italia, il Piave: la vena maestra della nostra vita”.
Gabriele D’Annunzio

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