Grande Guerra, i sentieri della memoria

cimiterograndeguerra
Pietre e gloria
La pietà per i morti parla dei vivi
.
Il mito della vittoria e la memoria costruita
cancellando le tracce di un dolore diffuso
.
Lungo il fronte della Grande Guerra all’indomani della cosiddetta vittoria non vi erano solo i campi di battaglia dilaniati, le trincee, i paesi sventrati. Vi erano anche i cimiteri. Di ogni dimensione. Nella sola zona del Massiccio del Grappa se ne contava una settantina. Si andava dai cimiteri da campo, quadrilateri di terra bruna a ridosso delle seconde linee, a cimiteri più grandi e ordinati, e altri ancora, sparsi nella pedemontana, di solito in prossimità delle mulattiere e delle teleferiche, vicino agli ospedaletti, dove andavano a farsi seppellire i soldati feriti in combattimento o ammalatisi dei tanti “mali di trincea” (infezioni intestinali e polmoniti in primis). Praticamente tutti questi cimiteri oggi non ci sono più. La scelta dell’Italia vittoriosa, tra gli anni Venti e Trenta, fu quella di spostare i morti nel marmo e nel granito dei sacrari che vennero edificati in prossimità dei luoghi simbolo del conflitto. Si parla poco di questa silenziosa odissea della morte, che però merita attenzione per almeno tre ragioni.
La prima
: per anni la morte continuò a farla da padrona in quelle terre e, paradossalmente, furono proprio i più piccoli, bambini e ragazzi, ad averci più a che fare. Gli adulti erano impegnati nella ricostruzione delle case e dei fondi, o nel compito, ben più rischioso, del recupero bellico. I giovani potevano dare una mano andando a recuperare i corpi dei soldati. Inizialmente ogni scheletro recuperato dava diritto a una piccola somma di denaro, ma spesso i ragazzini, più furbi che santi verrebbe da dire, per guadagnare di più non si facevano scrupoli a mettere un po’ di ossa in un sacco e un po’ in un altro, dicendo poi di aver trovato così i corpi, e guadagnando il doppio. È per questo che ben presto nelle circolari del Segretariato Onor Caduti si legge che per le opere di estumulazione “farà fede il cranio”. Per un’intera generazione di “figli della guerra” fu normale avere quotidianamente a che fare con la morte, da certi racconti ancora oggi vivi emerge una “normalità della morte” davvero inquietante: la fine di una guerra non è un sipario che cala, ma un lento e doloroso esodo verso una normalità spesso irraggiungibile.
Seconda ragione: questo spostamento talvolta frettoloso o poco organizzato di corpi è una delle cause dell’enorme quantità di “militi ignoti” che la prima guerra ha dato all’Italia (l’altro motivo, ossia le piastrine di riconoscimento in metallo ossidabile che andarono a sostituire i foglietti identificativi di carta in uso all’inizio del conflitto, ci porterebbe fuori strada). Giusto per dare un’idea. A Cima Grappa dei circa 12.000 caduti italiani poco più di 2000 hanno un nome. Dei 10.000 caduti austroungarici i noti sono a malapena 295. Numeri, fredde statistiche. Ma all’epoca ogni soldato senza nome equivalse a una famiglia che non sapeva su quale tomba andare a piangere. Fu una tragedia nella tragedia, che trovò uno sfogo, forse retorico ed esteticamente discutibile, nella tomba al milite ignoto sull’Altare della patria a Roma.

Terza ragione:
il modo in cui oggi noi “vediamo la morte” della Grande Guerra non è casuale, ma frutto di scelte, investimenti, progetti. In altre parole, l’Italia del dopoguerra ha “costruito” la propria memoria cancellandone un’altra, ossia la memoria dei piccoli ma diffusi cimiteri di guerra. Questa scelta non fu senza conseguenze. L’estetica dei sacrari lancia precisi messaggi, che sono, nella gran parte dei casi, quelli dell’Italia fascista sotto cui vennero costruiti. E visto che ragionare per opposizioni è più facile, non c’è nulla di meglio, in questo Centenario, che fare un viaggio attraverso i sacrari per farsi un’idea di come la nostra memoria sia ancora oggi frutto di pesanti influenze del ventennio. Basterà confrontare l’estetica della morte di Cima Grappa e di Redipuglia con l’estetica di altri tre luoghi: uno a scelta dei cinque cimiteri britannici dell’altopiano di Asiago, il sacrario germanico di Quero e il sacrario francese di Pederobba. Tutti questi luoghi si differenziano dai sacrari italiani per una prima ragione semplice: i morti lì sono uguali. Tante croci bianche affiancate nei cimiteri britannici, nella tradizione anglosassone; tanti loculi alla base del monumento francese; una fossa comune che accoglie quasi 3500 corpi nel sacrario tedesco. Nei sacrari italiani appare evidente la presenza di tombe di seria A (quella del generale Giardino a Cima Grappa e quella del duca d’Aosta a Redipuglia) e di serie B (i soldati “normali”). Sebbene il sacrario tedesco di Quero sia stato inaugurato durante il nazismo, il rapporto della Germania con la memoria dei suoi soldati era diverso da quello dell’Italia fascista: il motto che campeggia nella sala interna recita: “Stavamo insieme nei ranghi schierati, stavamo insieme in vita. Perciò uguale croce ed uguale onore furono a noi dati sulla tomba”.
Anche sull’estetica le scelte sono diverse: i motti che rimandano al “dulce est pro patria mori” dominano nei sacrari italiani (Gloria a voi soldati del Grappa, o ancora il motto presente a Redipuglia), uniti a un’architettura d’impatto, gloriosa, dominante; i cimiteri britannici comunicano raccoglimento e intimità. Il sacrario germanico è una fortezza sulla cima di un colle, senza strade di accesso. Bisogna risalire un prato e cercare con pazienza lo stretto passaggio nella pietra scura per accedere in un ambiente austero, raccolto nonostante la grandiosità dell’architettura, uno “scrigno” per i kameraden. E infine il sacrario francese rappresenta due madri sedute una di fianco all’altra, mentre piangono un soldato morto steso sulle loro ginocchia. Le due nazioni sorelle nella prima guerra piangono come due madri i loro morti. L’architetto francese fa una scelta di memoria del dolore e della perdita, non compie un’esaltazione della “bella morte”.Le cose sono andate così, e non si possono cambiare. Quello che possiamo fare noi oggi, soprattutto in qualità di educatori, è mostrare ai nuovi “ragazzi del ’99″ come “fare memoria” è necessario, e che ricordare quei morti è giusto e pietoso. Ma è altrettanto necessario non ricevere la memoria passivamente, come qualcosa di concluso in sé. Perché non siamo solo il prodotto della nostra storia, ma anche delle nostre scelte.

articolo di Paolo Malaguti per www.tribunatreviso.it dell’11 febbraio 2018

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